In Umbria passarono 2 “treni” e non riuscimmo a salire

La Superstrada dei Due Mari e gli Indennizzi ENEL
Terni

Di Adriano Marinensi - In epoca ormai datata (poco dopo la metà del secolo scorso), passarono per Terni e quindi per l’Umbria, due “treni”, di quelli che transitano una volta sola nella vita e se non riesci a salirci sopra, ti rimane il grande rammarico d’essere rimasto a terra. E noi non riuscimmo a metter piede sul predellino. Il primo si chiamava Indennizzi ENEL, conseguenti alla nazionalizzazione dell’energia elettrica; il secondo, Superstrada dei Due Mari, progettata per potenziare la rete viaria del Centro Italia. Nel narrare le contorte e interminabili vicende di quest’ultima infrastruttura viaria, ho consumato tanto inchiostro che non mi sento di sprecarne neppure una goccia in più.

L’altra occasione propizia (e persa) di elevato impatto economico, fu il risarcimento doverosamente dovuto da parte dello Stato alla Soc. Terni, quand’era ancora “per l’industria e l’elettricità” e venne scippata del suo settore elettrico. Che non era poca cosa. Anzi, rappresentava un patrimonio enorme ed una componente essenziale del complesso produttivo che, nei decenni, aveva dato all’azienda un profilo multisettoriale. Ed a molti parve cosa giusta che le ingenti risorse finanziarie, concesse in cambio, venissero reinvestite sul nostro territorio.

Siamo nel 1962, il 6 dicembre, quando il Parlamento approva la legge n. 1643 avente per oggetto: “Istituzione dell’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche”. Per inciso, mi sia consentito ricordare che un paio di mesi prima (27 ottobre) era morto in un misterioso incidente aereo, Enrico Mattei, l’imprenditore partigiano, coprotagonista, con l’ENI, della politica di ripresa economica in Italia, durante gli anni del dopoguerra. Al 6 comma dell’art.4 della legge suddetta, stava scritto: “Non sono soggette a trasferimento le imprese che producono energia destinata a soddisfare i fabbisogni inerenti ad altri processi produttivi ecc. ecc.” Il successivo art.5 dettava norme per l’assegnazione dei corrispettivi finanziari “alle imprese assoggettate al trasferimento”. In molti ragionarono così: delle due l’una, o le centrali della Soc. Terni, industria complessa, non sono soggette al passaggio in ENEL oppure ad essa (ed al suo bilancio) spettano gli indennizzi previsti dalla nuova normativa. Invece, dalle stanze dei bottoni, risposero picche.

Da decenni ormai, la “Terni” aveva affiancato all’impegno nel settore dell’acciaio, una consolidata presenza in campo energetico con la realizzazione di un folto gruppo di impianti idroelettrici su tutto il territorio dell’Italia centrale, utilizzando i salti d’acqua dei principali fiumi. Oltre al ritorno finanziario, esisteva anche un patrimonio di tecnici specializzati, creato con notevole impegno di risorse umane: entrambe queste “ricchezze” uscirono dall’azienda e la perdita non fu certo marginale. Nel libro Mezzo secolo di storia vissuta, scritto da Filippo Micheli nel 1994, c’è un capitolo dedicato alla “nazionalizzazione dell’energia elettrica” ed, in particolare, agli effetti negativi provocati sul tessuto socio - economico di Terni e dell’Umbria.

Micheli parla esplicitamente di “patrimonio sottratto” alla Soc. Terni e quindi all’intera regione. Per di più – egli sostiene – essendo l’azienda appartenente all’IRI era “da considerarsi, sotto certi aspetti, già nazionalizzata”. D’altro canto, proprio “attraverso i ricavi derivanti dalla vendita di energia, si era riusciti a far quadrare il bilancio unico della società a Partecipazione statale”. Insomma, veniva ad essere acquisita dallo Stato la parte di un gruppo industriale che gli apparteneva. Una palese contraddizione in termini di saggia politica industriale che prevedeva l’uscita da un Ente di Stato, l’IRI, e il passaggio ad un altro Ente di Stato, l’ENEL. Con il solo effetto reale – a giudizio di Micheli – di introdurre fattori di crisi in una azienda strategica nella produzione nazionale dell’acciaio e dei suoi manufatti speciali.

La tesi, oggi come allora, appare solida in fatto e in diritto, soprattutto se connessa con l’altra che assegnava alla “Terni” la qualifica di autoproduttrice di energia per il funzionamento dell’intero complesso e quindi ricadente nel dettato dell’art.4 della legge sulla nazionalizzazione. Fors’anche per il carente sostegno degli altri rappresentanti umbri, la tenace ”arringa” di difesa degli interessi locali, portata avanti dal Parlamentare umbro, non ebbe fortuna, mentre al contrario, nel libro, si afferma che furono “salvaguardati gli interessi di alcuni grandi produttori privati, considerati nella categoria degli autoproduttori”. Pure la Soc. Terni lo era e Micheli propose che almeno questo carattere le fosse riconosciuto al pari di Montedison, Fiat e Falk. Di sicuro sarebbe servito a garantire la “titolarità” degli indennizzi.

Neppure la Finsider, finanziaria pubblica, che aveva notevoli capitali nella fabbrica ternana, sostenne l’iniziativa di tutela. “Forse perché – azzarda Micheli – maggiormente protesa ad incassare le rilevanti somme degli espropri, per poi destinarle altrove”. E aggiunge: “In questo modo, con il provvedimento, si puniva ingiustamente la Soc. Terni, condannandola a diventare una fabbrica in permanente crisi economico – finanziaria”. Il tempo successivo purtroppo dette piena ragione a questa posizione, visto il ripetersi di bilanci negativi che causarono difficoltà di gestione, di scelte manageriali e, di riflesso, freni allo sviluppo regionale.

Non andò meglio la “partita” degli indennizzi, che si giocava “sull’ordine – è riportato nel libro – di alcune centinaia di miliardi”. Micheli dedica alla questione del reinvestimento in loco di tali somme, un’ampia trattazione. Questa volta, operò un fronte unitario delle forze politiche, in opposizione alle pretese della Finsider che preferì usare le risorse “per risanare le perdite di bilancio delle altre società del Gruppo”. Micheli si affidò allora ad una proposta subordinata, “cioè – scrive – quella di fare in modo che almeno una parte delle somme fosse lasciata a disposizione della “Terni” per i nuovi impianti già progettati”. Ricevette un altro “diversivo” in materia di interventi futuri. La sua conclusione è: “Si può parlare, con certezza assoluta, di un gravissimo irreparabile danno”. Era ancora il tempo del Piano di Sviluppo per l’Umbria e Micheli, Presidente di quella iniziativa di programmazione, fece un ultimo tentativo: chiese al Comitato Scientifico del Piano la redazione di una autorevole proposta. Che partì dal presupposto che la Soc. Terni era azienda di rilevanza nazionale, fondamentale per la siderurgia italiana e non solo; in più “assolveva all’importante ruolo di volano per lo sviluppo di vaste zone dell’Italia centrale” , quindi poteva dirsi titolare di diritti reali e diretti sugli indennizzi. L’impegno, a livello locale, fu tenace e ben studiato, ma il risultato non arrivò, per il contrasto attuato a Roma e dintorni. E il treno passò.