I Centri studi Vanoni e Mattei “inventati” da Sandro Boccini

Si imposero all’attenzione dell’Umbria con iniziative socio-culturali
Terni

Di Adriano Marinensi - Sopra la pagina (a tutta pagina!) di un quotidiano nazionale - dedicata alla iniziative socio - culturali dei Centri studi “Vanoni” di Terni e “Mattei” di Perugia, attivi negli anni ’70 e ’80 del ‘900 – il pittore milanese Piero Gauli ha scritto: “Insieme a lui, ho conosciuto l’Umbria e la Sabina”. Quel lui si chiamava Sandro Boccini, l’infaticabile ideatore degli “strumenti di promozione” appena citati, il paladino dell’ambiente, delle tradizioni locali, dell’arte e degli artisti regionali, della democrazia e della politica vissuta tra la gente.

Il fervore delle campagne elettorali per la D. C. e per Filippo Micheli, che mobilitavano brigate di giovani entusiasti e motivati. E, passate le urne, una presenza capillare per mantenere i contatti e l’ascolto dei problemi. Un modo “popolare” di fare politica. Boccini era giornalista e scrittore, protagonista, nel Consiglio regionale dell’Umbria. Poi, scaduto il terzo mandato, è tornato al suo mestiere di Dirigente d’azienda. Lo appassionavano le “orme del passato”, che sapevano di umanità, ma aveva il pensiero proiettato sempre in avanti, esploratore illuminato del progresso. E’ morto oggi, 11 maggio di 26 anni fa, a Contigliano, appena sessantenne. Un impegno dedicato alla ricerca ed alla proposta, dentro e fuori le Istituzioni.

Sulla pagina citata in apertura, alcuni amici lo hanno ricordato così. Sergio Bistoni: “Ha vissuto con entusiasmo la prima fase del regionalismo, quella “romantica”. Credeva fermamente in una diversa articolazione dello Stato … e ad una partecipazione diffusa e incisiva dei cittadini, delle forze associative, dei corpi intermedi.” Lo scrittore Franco Piccinelli: “Amava la correttezza e l’equità nei rapporti umani. E apprezzava la capacità di ognuno di realizzarsi attraverso l’impegno. Convinto sostenitore di un tipo di informazione capace di elevare il livello delle conoscenze, per dare forza alla democrazia.” Il prof. Tommaso Sediari: “La sua idea guida era la funzione della politica aperta alla cultura che Boccini definiva ricerca creativa e promozione sociale.” Enrico Micheli: “Essere pioniere. E’ stata quella dell’avanguardia una delle qualità dimostrate nei diversi campi di attività. Era pioniere e uomo d’azione, sempre con la prua orientata verso i problemi della gente.”

Io vorrei aggiungere, in riferimento allo stile della sua narrazione : Dall’amore per lo scrivere, sono nati Il diario di Hanoi, Viaggi con Afrodite, Un filo rosso di coralli, Abbecedario. In quest’ultimo si ritrova la poesia della vita di campagna e del mondo contadino. Ed anche qualche nostalgia per certe atmosfere genuine. Ci sono il rito della cottura del pane, alla vecchia maniera: “Colomba si alzò tanto di buon’ora perché c’era il pane da fare. La sera avanti, sul tardi, aveva iniziato il procedimento, seguendo l’antico itinerario appreso dalla nonna … e sulle pagnotte aveva tracciato, secondo l’antica devozione, il segno della croce.” Boccini racconta anche la confettura di more: “Fu un’estate meravigliosa per i frutti selvatici, soprattutto per le moriche, come dicono in paese.” La raccolta era un rito e Giulia ne andava in cerca “quando settembre declinava nei colori dell’autunno e nell’aria si mischiava il profumo delle foglie che marcivano nel sottobosco.”

Tra i personaggi protagonisti di Abbecedario c’è l’artigiano intagliatore Falilò: “Il suo vero mestiere – precisa Boccini – è fare sedie, ma sa fare tante altre cose con i legno. E’ dunque intagliatore, sediaro, impagliatore.” Falilò è il tipico tuttofare di paese con le mani miracolose. Lavora a Poggio Bustone, dove “S. Francesco – ancora Boccini - entrandovi la mattina del 4 ottobre 1209, salutò fraternamente i rustici paesani dicendo: Buongiorno, buona gente.” Quand’era giovanotto, Falilò “partiva con un somaro carico di sedie, a sera inoltrata e, dopo aver valicato in sentieri appena tracciati, lungo montagne sospettose, di buon mattino arrivava ai mercati.”

Non era affatto “civile”, in dicembre, la fine del maiale posto all’ingrasso in primavera. Boccini comincia a narrarla in questo modo: “Domenico entra nello stalletto con fare circospetto e con due anonime cordicelle di canapa sfilacciata. Distratto da Mario che gli butta due manciate di grano, il maiale si ingrufola avidamente. La prima cordicella avvolge una zampa posteriore, ma il maiale imbambolato non se ne accorge. Quando il secondo infame cordino gli si insinua mellifluo tra le mandibole e gli impappina la lingua, gli si definisce tutto. Ormai è spacciato.” E si – vale la pena di sottolineare – perché, mentre l’acqua della pelatura bolle nel caldaro, il coltello lo trafigge e santi benedetti. Così avveniva pure ai tempi di mia antica gioventù, nel grande atrio sottocasa che fungeva da crudele ammazzatora. Se poi, alla divisione del porco in mezzene, non comparivano quattro dita di lardo, era giorno di afflizione in famiglia.

Sandro Boccini mi disse una volta d’essere preoccupato dell’abbandono di tanti casolari nella piana reatina. Tal quale agli altri in Umbria. Prese la macchina fotografica, si mise in giro per le strade vicinali e raccolse molte immagini per documentare il tramonto di una umanità che in quelle dimore villerecce aveva vissuto. Ci allestì una mostra ed ebbe notevole successo. Mi chiese un contributo da inserire nel depliant. Raccontai la vicenda personale della casa – scuola, anzi del casolare dove vissi bambino, con mia zia insegnante, dalle parti di Gubbio, sopra un colle, in mezzo all’Umbria verde. L’aula scolastica (si fa per dire) faceva parte dell’abitazione della signora maestra e la frequentavano i figli – pochi, per la verità - degli innumerevoli mezzadri che spartivano il raccolto (la fatica no) con il molto nobile proprietario dell’imperioso maniero che dominava il suo enorme latifondo. Classe elementare unica in quanto non occorreva cultura per zappare la terra: bastavano poco oltre la firma con nome e cognome (anziché la croce) e gli elementi essenziali per far di conto e non essere gabbato dal padrone. Servivano più le braccia della mente.

Quando furono passati gli anni di quasi mezzo secolo, la andai a ricercare la dimora. Non sarebbe stato difficile ritrovarla in quanto l’avevo in mente solitaria, con il sembiante tipico delle case coloniche: le loro architetture senza architetto, la scala esterna che si arrampicava lungo una parete, il piccolo ballatoio, cucina, camera e minuscolo “servizio”, gli affacci sull’aia, prospiciente la stalla del vecchio contadino. A cercarla mi aiutò una donna della fattoria: “Chissà forse il casolare che cerca è in cima a quel viottolo. Altri non ce ne sono.” Salii e si, era proprio quello. Però ridotto una bicocca. Sul depliant della mostra lo descrissi così: La porta senza porta, le finestre senza infissi, il pavimento in parte caduto, il tetto che ti faceva vedere pezzi di cielo. Il mio ricordo era vivo, come la commozione che mi aveva fermato i passi; invece il casolare era morto. Morto parimenti ai tanti fotografati, in Sabina, da Boccini. Addio Sandro, mio valente Amico!