Terni: non si può trascurare la storia industriale

Il sito dell’ex Lanificio Gruber lasciato in abbandono
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Terni

di Adriano Marinensi - In una città come Terni, che dovrebbe avere l’archeologia industriale tra i capisaldi culturali, cogliere notizie come questa, sembra un paradosso. Dice: “L’area dell’ex Lanificio Gruber - già proprietà del Demanio, poi dal 2008, del Comune – attualmente è a totale disposizione di spacciatori, tossicodipendenti e sbandati”. Non è una bella notizia. Quel sito che è testimonianza di vissuto sociale e del lavoro, merita tutela, non abbandono. Oppure l’archeologia, della quale spesso si pontifica, è un falso storico. Quanto meno, una ipocrisia e un inganno.

A volerlo considerare men che poco, almeno teniamolo pulito quel ch’è rimasto di un “piatto” nel quale hanno mangiato, bene o meno bene, le nostre nonne. Quando c’erano le “cinturinare”, c’erano pure le “gubberare” (in vernacolo, le operaie che lavoravano “li ‘dde gubbere”). Il Lanificio Gruber è una delle 4 maggiori aziende che – verso la fine del XIX secolo – hanno dato inizio alla trasformazione contadini - operai di questa parte dell’Umbria; insieme alla SAFFAT, l’antenata dell’A.S.T., alla Fabbrica d’Armi ed allo Jutificio Centurini. Con l’aggiunta, se volete, dell’ex SIRI (oggi cancellata), dove Luigi Casale inventò l’ammoniaca sintetica; e della ex Polymer, che aiutò Giulio Natta a scoprire il polipropilene. Ce ne abbiamo, noi ternani, di storia industriale da mettere in mostra! Storia di maestranze operose, di tecnici illuminati, di “capitani” coraggiosi.

La fabbrica tessile si può dire nata nel 1870, l’anno durante il quale il Laboratorio di tessitura dei fratelli Luigi e Pietro Fonzoli assunse la ragione sociale di Lanificio Gruber e C., passando in proprietà di una ditta di Genova. Un decennio dopo, lo attrezzarono per la produzione della lana: lavorava su un’area superiore ai 60.000 metri quadrati, con quasi 900 addetti e un migliaio di telai, mossi dalla forza idraulica ricavata da una derivazione del canale Nerino, all’epoca il “motore”, per caduta d’acqua, delle aziende locali. Come lo Jutificio Centurini, occupava quasi interamente manodopera femminile. Nel 1927, arrivò la prima crisi con licenziamenti di massa. La Banca Commerciale Italiana, divenutane proprietaria, l’aveva affidato in gestione a “Il Fabbricone di Prato”. La ulteriore caduta di mercato del settore tessile, portò alla chiusura dell’azienda nel biennio 1937 – 39.

Sulla “Rassegna del Comune di Terni”, del 1934, si legge: “La Filatura dispone di 30.000 fusi. Essa riceve il prodotto semilavorato e lo rende idoneo ad essere trasformato in filato di lana, mediante il suo vasto impianto che va annoverato tra i più cospicui della Nazione”. Era dotato di macchinari capaci di produrre “quanto di speciale può esigere la moda”. La Rassegna conclude con la ormai invasiva retorica di regime: “La Filatura di Terni fornisce lavoro a circa 500 operai, per l’assistenza dei quali la fabbrica dispone di refettori, di stanza per il pronto soccorso e di quanto altro le provvidenze sociali volute dal Governo fascista hanno destinato a pro delle classi lavoratrici”. Nulla ci fa sapere delle 11 ore al giorno di faticosa occupazione al telaio e del salario pagato a cottimo.

A metà degli anni ’30, s’era avviata la “strategia autarchica”, l’autosufficienza economica senza dipendenze estere. In vista di possibili (eccome!) avventure belliche, venne deciso che la Patria (parola madre del patriottismo esagitato) doveva “essere in grado di produrre tutto ciò di cui avesse avuto bisogno”. Si doveva dare poi una orgogliosa risposta alle “sanzioni” imposte all’Italia dalle “nazioni demoplutocratiche”, a seguito della conquista dell’Etiopia. Campagna d’Africa iniziata il 3 ottobre 1935 e risolta in poche battute, il 9 maggio 1936 con l’entrata di Pietro Badoglio, sopra il cavallo bianco, ad Addis Abeba. Quel giorno il Corriere della Sera uscì con il seguente titolo su mezza pagina: “La guerra è finita. L’Etiopia è italiana”. Avevamo conquistato il “posto al sole” e re sciaboletta era diventato Imperatore. Per dimostrare la potenza bellica del fascio non s’era disdegnato l’uso delle armi chimiche. Le sanzioni durarono il breve arco di sette mesi, ma ormai la macchina della propaganda ne aveva fatto un’arma di pressione psicologica e l’autarchia proseguì, per necessità, sino alla fine della 2^ guerra mondiale.

L’autarchia coinvolse il settore tessile, tanto che, si disse “i vestiti italiani saranno confezionati con fibra artificiale rayon oppure con la lana sintetica ricavata dal latte, il lanital”. Appositi manifesti pubblicizzavano proprio il lanital come “tessuto dell’indipendenza” e l’Italrayon “tessile moderno”. C’era l’esigenza di adottare “uno stile frugale e guerriero” e il fai da te rappresentava la parola d’ordine. Ci fu anche “una prolificazione di prodotti surrogati, da destinare alla povera gente”. Per esempio, il caffè di cicoria con il palato messo al servizio della causa. Andavano alla grande i motti inventati dal Minculpop come “ne uccide più la gola della spada” oppure “gli obesi sono infelici”. Dal punto di vista del grasso nocivo alla salute, nessun pericolo corremmo durante la guerra, quando fummo costretti pelle e ossa, mangiando pane (poco) e paura (tanta).

Concludo con il ritorno al tema e un rapido richiamo all’importanza sociale e culturale di una seria politica diretta alla tutela dei siti e dei retaggi industriali che, a Terni, numerosi fanno parte della storia del lavoro. E l’ex Lanificio Gruber vi sta dentro a pieno titolo. Occorre salvaguardare l’identità di quelle che sono le tracce di dismesse attività produttive, evitando - insieme ai deleteri radicalismi anacronistici del nessuno tocchi nulla - gli errori del passato, quando alcuni “segni” furono rimossi, in qualche caso, per far posto alla espansione edilizia. Ho fatto cenno all’acqua che fu, all’inizio, il “motore dei motori”; e al Canale Nerino quale suo “profeta”. Del canale è rimasta soltanto l’impronta. Altra volta ho scritto della tranvia Terni - Ferentillo che ha trasportato, per decenni, gli operai (e non solo loro) della Valnerina: considerata semplice mezzo di trasporto e non strumento di promozione turistica (della Cascata delle Marmore e dei centri storici presenti all’ingresso della Valle), la smantellarono per allargare la strada. Del “Carburo” di Papigno, qualcosa s’è salvato, ma ha dovuto assistere al fallimento della “Città del cinema”.

La politica dell’archeologia industriale deve trovare il suo giusto equilibrio e generare nell’opinione pubblica nuove sensibilità che facciano da sostegno e da difesa delle “tradizioni tangibili”, per trasformarle in strumenti di sviluppo culturale ed economico. Altrove hanno operato utilmente in questa direzione. Non occorrono neppure grandi “inventori”; quasi tutto ormai è stato scoperto. Basta un pizzico di volontà e di fantasia amministrativa.