Rudolf Hess: il suicidio gli riuscì al quarto tentativo

Rappresentò il più intricato mistero nazista
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Storia

di Adriano Marinensi.La notizia apparsa in cronaca, giorni fa, racconta un evento grottesco. E’ questa: “Tensione nella capitale tedesca dove 500 neonazisti hanno partecipato ad una manifestazione indetta nel 30simo anniversario della morte di Rudolf Hess, avvenuta nel carcere di Spandau, dove era rimasto l’ultimo criminale di guerra a scontare l’ergastolo, inflittogli al Processo di Norimberga”. Evento grottesco, perché tali iniziative vengono permesse “in nome della libertà di pensiero garantita dalla democrazia”. Ma, quale pensiero? Il Mein Kampf esprimeva forse un pensiero di ispirazione democratica?
Allorché Hess andò (sicuramente) all’inferno, il 18 agosto 1987, un giornale volle fare un sondaggio, per verificare quale fosse, tra i giovani, nati dopo la fine della guerra, il livello conoscitivo  della vicenda hitleriana. Chiesero : “Sapete chi era Rudolf Hess ?”. Ci fu chi rispose un atleta oppure un poeta oppure, in molti, mai visto e conosciuto. Pochi riconobbero in quel nome uno dei più discussi e controversi gerarchi tedeschi, per molti anni delfino di Adolf Hitler. Una vita avventurosa ed una morte singolare, “conquistata” al quarto tentativo di suicidio, quando aveva 93 anni.
 A Spandau, un penitenziario con 600 celle, era rimasto, ormai da tempo, il solo prigioniero. Per questo si divertirono a definirlo “il più costoso detenuto del mondo”. Costava infatti un milione di marchi tedeschi l’anno, 700 milioni di lire italiane dell’epoca, 350.000 euro di oggi. Tre delle grandi potenze vincitrici della guerra – USA. Inghilterra e Francia – lo avrebbero liberato, ma trovarono sempre il niet dell’URSS. Gli avevano fatto compagnia, sino al 1966, l’ex capo della gioventù hitleriana Baldur Von Schirach e l’ex ministro degli armamenti Albert Speer.
Poi era rimasto lui, “il prigioniero n. 7”, guardato a vista da un nutrito presidio militare, “come se si trattasse di sorvegliare il diavolo in persona”, scrisse un giornale tedesco. Mentre ormai era soltanto un vecchio pazzoide dimenticato dal mondo, i medici lo diagnosticarono malato di “schizofrenia latente”. Durante la lunga detenzione, pare abbia letto oltre 6000 libri. Aveva rifiutato di chiedere la grazia, perché si proclamava innocente. Per Hess, come per molti altri della sua risma, l’essere stato compartecipe delle nefandezze naziste, obbedendo agli ordini, non si doveva considerare una colpa.
Era nato ad Alessandria d’Egitto, nel 1894. Folgorato dall’idea teorizzata ne “La mia lotta”, aveva ricoperto incarichi di alto grado nel partito, indicato da Hitler tra i suoi successori. Lo chiamavano “la coscienza del Fuhrer”, ammesso che entrambi avessero una coscienza umana. In prestigio e potere venne sorpassato da Goebbels, Goering, Himmler, molto più criminali di lui che comunque rimase ascoltato consigliere del capo.
Sino al 10 maggio 1941, quando andò in scena il “mistero di Hess”. Mistero politico intricato e irrisolto. Quel giorno, improvvisamente, Rudolf l’idealista salì su un aereo, volò in Scozia, prese terra in territorio nemico, lanciandosi con il paracadute. Venne catturato da un contadino. Al Duca di Hamilton, per primo, spiegò di essere arrivato sin là “per spianare la strada alla pace”. Voleva un immediato colloquio con Winston Churchill, ma non fu accontentato.
Gli storici, per cercare una spiegazione a quel bizzarro viaggio, hanno lavorato su due ipotesi : 1) si era trattato di una iniziativa personale, nata nella mente alquanto fantasiosa di Hess; 2) aveva assunto la veste di ambasciatore, in accordo con Hitler, al fine di negoziare un armistizio con il Governo inglese e insieme poi far guerra all’Unione sovietica. Questa seconda spiegazione poggiava su un elemento concreto: appena un mese dopo il volo di Hess e cioè il 22 giugno 1941, il Fuhrer iniziò la gigantesca compagna di Russia, denominata “Operazione Barbarossa”. Comunque, Hitler si affrettò a dichiarare infermo di mente il suo primo collaboratore. Savio o folle che fosse, gli inglesi lo considerarono loro prigioniero ed in pratica recluso rimase sino alla morte, per 46 anni. Proclamò a Norimberga : “Mi è stato concesso di operare sotto il più grande figlio nato dal mio popolo, durante la sua millenaria storia”. Dunque, nessun pentimento e gli andò meglio di altri perché evitò il patibolo.
La notizia del paracadutista solitario calato dal cielo in Scozia, giunse, in Italia, ai caporioni del fascio all’indomani di un evento unico, che irritò non poco il duce: Vittorio Emanuele III, durante una visita in Albania, volle presiedere un Consiglio dei Ministri italiano.  Ciano, nel famoso diario, riportò una singolare annotazione: “Al ricevimento serale, sono mancati otto accendisigari, una scatola d’argento e sessanta posate”. Insomma, gli invitati di Re sciaboletta s’erano mostrati di bassa nobiltà. Nell’occasione, riferendosi all’alzata d’ingegno di Hess, Von Ribbentrop affermò che il  suo camerata “era rimasto vittima di una illusione pacifista”. Mussolini invece – sempre secondo Ciano – definì l’accaduto “un tremendo colpo al regime nazista”. E con una punta di soddisfazione.  
 L’astruso gesto di Rudolf Hess non è stato mai chiarito del tutto, pur se la storia lo ha collocato tra gli accadimenti di maggiore rilievo politico del secondo conflitto mondiale. Se c’è però molto del romanzo d’avventura nella sua missione, rimane certo che quel tentativo pacifista, maldestro oppure no, avrebbe potuto influire strategicamente sul futuro dell’Europa e del mondo. Il protagonista infatti era un rappresentante d’alto livello della nomenclatura nazional – socialista e quindi l’iniziativa, gestita fanciullescamente, assunse i crismi dell’incredibile. Addirittura, il giorno dopo, Hitler, colpito dall’immediato clamore della propaganda nemica, mentì dicendo che il suo delfino era “perito in una catastrofe aerea”. Prima di definire l’azione il colpo di testa di un pazzo.