Gabriele D’Annunzio, l’implacabile amante

Fu scrittore, poeta, guerriero, protagonista stravagante
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Storia d'Italia

Di Adriano Marinensi - Questo articolo avrei dovuto scrivere durante il mese di marzo. Perché a marzo (1863) è nato ed a marzo (1938) è morto Gabriele D’Annunzio, uno dei più eclettici personaggi della sua epoca. Innanzitutto, Gabriele D’annunzio, il cuore delle donne (e molto altro). A vederlo com’era fatto, nell’età matura, è roba da non credere. Non aveva né il sembiante di Rodolfo Valentino, né di Alain Delon. Profilo segaligno, capoccia pelata, altezza corta (poco più di un metro e sessanta), un occhio mezzo cecato: insomma niente di che. Eppure, la storiografia gli attribuisce un “esercito” di spasimanti, molte d’amor platonico, non poche compagne d’alcova. Allora, perché? Perché tutte quelle folgoranti passioni?

Sicuramente il fascino del genio, dell’ardito, dell’eroe omerico, un po’ vero, un po’ da messa in scena. Perché era un istrione ed un narciso, in alcuni passaggi, protagonista dell’epopea di sé stesso. Comunque, una figura dominante nel panorama italiano degli anni ’20 e ’30 del ‘900. Gradasso al punto giusto, aveva nella parola e nel gesto un’arma letale che alle donne carezzava i segreti dell’anima. Come il ragno tesseva la tela con i suoi istinti concupiscenti e – zacchete! - la “mosca” era perduta. Fu scrittore, poeta, soldato, uomo politico. E amante. Sempre eccentrico, singolare, eccessivo; esteta raffinato, ha portato in capo la corona e le spine. L’aviatore spericolato che vola su Vienna e il guerriero che occupa Fiume. Un sognatore di gloria.

Per localizzare l’epoca, si può dire: Erano gli anni quando la donna, intesa come soggetto sociale, tentava timide uscite dal focolare, per cercare improbabili affrancature dall’ambito domestico. Nel ceto d’alto rango e d’alto bordo – quello bazzicato da D’Annunzio - per mostrare il talento misto a qualche avventura. In quest’ultimo “pascolo”, il Vate si mosse gagliardamente, alcune amanti addirittura trasformandole in muse ispiratrici dei suoi capolavori. Come, ad esempio, la fascinosa Barbara Leoni immortalata nel Trionfo della morte. Ancor più la divina Eleonora Duse: la coinvolgente relazione, la raccontò nel romanzo Il Fuoco. Quindi, sempre tra i lavori primari, Francesca da Rimini, Il Piacere, La figlia di Iorio. Alcune di tali opere ebbero successo proprio per la straordinaria interpretazione teatrale della Duse.

Conobbe la Leoni durante un concerto a Roma, quando entrambi avevano 25 anni. Lei delusa dal matrimonio con un nobile decaduto, però economicamente bene in arnese; lui sposo di Maria Hardouin di Gallese, due figli in tenera età e un terzo in arrivo. Frequentare attivamente l’altro sesso, per Gabriele non era un problema legato a scrupoli di fedeltà. Non se lo pose il problema neppure con Maria Gravina e si beccò 5 mesi di reclusione per adulterio, a seguito della denuncia avanzata dal marito. E mentre nutriva passione per la Gravina si innamorò di Eleonora Duse. Fu un idillio leggendario, da Belle Epoque.

Eleonora era una icona del teatro internazionale; D’Annunzio già affermato nel jet set. Si conobbero a Venezia e si amarono per 15 anni, tra un turbine di tormenti dei sensi e dell’anima. Usò le risorse economiche di lei per tacitare i creditori che lo perseguitavano. Alla fine, l’ultimo tradimento: affidò all’altra diva del momento, Sarah Bernardt, la rappresentazione de “La Ville morte”. L’amore con la Duse declinò anche perché un altro n’era nato per Alessandra di Rudinì, giovane vedova del Marchese di Ripalbella. Più tardi, nei diari, D’Annunzio scrisse: “Nessuna donna mi ha mai amato come Eleonora, né prima, né dopo”. Ed Eleonora, al termine della loro storia, dirà: Gli perdono di avermi sfruttata e umiliata. Gli perdono tutto, perché l’ho amato”. Quando la Duse muore, nel 1924, il suo amante perduto dice: “E’ morta quella che non meritai”. Le sopravvisse 14 anni, sino al 1° marzo 1938, quando morì al tavolo di lavoro, colpito da emorragia cerebrale.

D’Annunzio e le donne, ma anche D’Annunzio “campione di scrittura”, eccelso romanziere e drammaturgo. Arduo sarebbe elencare tutti i suoi lavori. Quindi i più noti, in aggiunta ai già citati all’inizio: per esempio, quelli dai quali hanno tratto la trama un paio di capolavori del muto e cioè Cabiria del 1914 e The Devil’s Daughter del 1918, che segue il racconto La Gioconda. Un altro film, del 1947, con Aldo Fabrizi e Yvonne Sanson – Il delitto di Giovanni Episcopo – deve il successo al suo omonimo romanzo. Ancora, nel 1976, esce L’Innocente, soggetto di Gabriele D’Annunzio, interpreti Giancarlo Giannini e Laura Antonelli. Senza omettere, fuori dal cinematografo (sarebbe quasi un sacrilegio) Elettra, libro dedicato al mito del superuomo, Alcione (ricordate La pioggia nel pineto?), Terra vergine, successivamente rielaborato ne Le novelle della Pescara. Passato dal decadentismo al futurismo, scrisse Forse che si, forse che no. Infine, andando ancora per citazioni, La città morta e La fiaccola sotto il moggio. Persino la famosa canzone napoletana – ‘A vucchella – cantata da Caruso, Murolo e Pavarotti, porta la sua firma.

Sul versante politico, ci fu il rapporto complesso e talvolta dissonante con il fascismo e Mussolini. Differenze caratteriali e ideologiche, diverse le sensibilità culturali. Gabriele un raffinato artista che aspira alla gloria ideale, Benito un rozzo uomo di potere. Quindi, l’idealismo immaginifico da un lato, il pragmatismo senza veli dall’altro. E poi, quando Mussolini – alla fine degli anni ’20 – consolida il potere, D’Annunzio è un anziano, pur se famoso, ormai relegato al Vittoriale degli italiani sulle rive del Lago di Garda. Forse, in comune, la voglia di trasgressione nell’amore clandestino, nell’esaltazione del maschilismo italico.

C’era una disputa tra Italia e Jugoslavia per l’identità della città di Fiume. Nel settembre 1919, D’Annunzio rilancia il suo orgoglio di soldato e patriota; si pone a capo di un movimento nazionalista (i Legionari fiumani) promosso da alcuni reparti del Regio Esercito e, per 16 mesi, occupa la città. Soltanto alla vigilia dell’impresa, scrive a Mussolini: “Caro Compagno, il dado è tratto, parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista”. Si aspettava dal “compagno” un aperto sostegno che non ebbe. Il Governo non riconobbe l’azione e firmò il Trattato di Rapallo che D’Annunzio respinse. Fiume allora venne attaccata da terra e bombardata dal mare, durante i giorni di Natale del 1920. Il Comandante (così lo chiamavano i Legionari) dovette abbandonare l’orgoglioso progetto di realizzare la Reggenza del Carnaro e si ritirò nell’eremo del Vittoriale. Aveva quasi 60 anni. Gli rimaneva ormai soltanto l’aureola del più grande letterato del suo tempo. E quella dell’amatore più amato d’Italia. Disse di voler fare della propria vita un’opera d’arte. E forse ci riuscì.