Roma, Olimpiadi 1960: il trionfo del maratoneta scalzo

L’impresa che fece entrare nella leggenda dello sport l’etiope Abebe Bikila
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Di Adriano Marinensi - Si è corsa, domenica a New York, la più spettacolare Maratona del mondo. Un fiume di partecipanti. Anzi, un mare: 52.000 alla partenza, assiepati lungo il Ponte di Verrazzano che congiunge Staten Island a Brooklyn. Il ponte intitolato al navigatore italiano Giovanni da Verrazzano. Con due zeta, come si chiamava lui e come ha codificato, nel giugno scorso, il Senato dello Stato di New York ( gli americani lo chiamavano Verrazano Bridge, una zeta sola). Primo al traguardo un etiope, Lelisa Desisa, con il tempo quasi record di 2.5’.59’’. Mi ha fatto tornare in mente quel suo connazionale, il quale – nel 1960, ai Giochi di Roma – compì una storica impresa.

Bastano due medaglie d’oro olimpiche, vinte a 4 anni di distanza l’una dall’altra, per diventare leggenda dello sport? Se conquistate, vincendo la Maratona olimpica, regina dell’atletica leggera e la specialità di maggiore impegno agonistico, bastano di sicuro. E se a conquistare quei trofei è uno sconosciuto africano che compete scalzo come mai nessuno prima e dopo di lui, allora l’avventura diventa quasi incredibile. E quindi vale la pena raccontarla.

Correva, insieme all’anno 1960, a Roma, una armata di atleti impegnati della XVII Olimpiade moderna. Grande successo organizzativo per l’Italia e quasi un trionfo per gli azzurri che conquistarono 36 medaglie (13 d’oro, 10 d’argento e 13 di bronzo). La più splendente, quella di Livio Berruti nei 200 metri piani, con un tempo uguale al record del mondo di allora (20’’5). Come è tradizione, le gare di atletica le concluse la Maratona. La competizione podistica che si corre sulla distanza di 42 km e 195 metri, una lunghezza fissata, nel 1921, dalla Federazione Internazionale (IAAF); quella del 1960, quasi tutta lungo le strade della suggestiva storia di Roma. A far da cornice, i Fori Imperiali, il Circo Massimo, la Piramide Cestia, il Foro Italico, l’Appia antica, l’Arco di Costantino e le altre meraviglie aggiunte nei secoli.

Si parte mentre l’ultimo sole di settembre colora le pietre del Colosseo. Sono 69 i partecipanti, in rappresentanza di 35 nazioni, quindi il meglio del fondismo mondale per un traguardo di straordinario prestigio. Le vie di Roma, allora al pari di oggi, non sono certo un bigliardo, con molti tratti ove si cammina sulle pietre oppure sui sampietrini. Un tormento in più per chi doveva affrontare la impegnativa distanza. Verso metà gara, un paio di atleti si avvantaggiano; poi uno dei due rimane da solo in testa. Si tratta di un etiope, mai sentito nominare. Comunque, si chiama Abebe (cognome) Bikila (nome). Viene dagli Altipiani del Corno d’Africa ed è figlio di un conduttore d’armenti. E’ nato (1932) nella terra delle gazzelle ed ha la loro agilità, anche perché è alto quasi un metri e 80 e pesa meno di 60 chili. E’ sceso dai monti per fare il poliziotto e la guardia del corpo al suo Imperatore.

L’Etiopia è un Paese che ha conosciuto il colonialismo europeo e, a metà degli anni ’30 del ‘900, anche l’assalto cruento degli armati del duce. I vecchi di oggi ben ricordano lo “smargiasso” affacciato al balcone che annunciava la conquista dell’Impero. Era il 9 maggio 1936 e tre giorni prima il generale Pietro Badoglio era entrato vincitore in Addis Abeba in groppa ad un cavallo bianco. La guerra iniziata il 2 ottobre 1935 era vinta. Dopo che Abebe Bikila ebbe compiuta l’impresa, si disse che alla Roma di Mussolini c’erano voluti 200.000 uomini per conquistare l’Etiopia, mentre era bastato un solo etiope per conquistare Roma.

Ma, riprendiamo il maratoneta dove l’avevamo lasciato, ad una dozzina di chilometri dal traguardo. Su quell’omino nero di 28 anni che stava correndo davanti a tutti, nessuno avrebbe scommesso una lira. Lui però, sin dalla partenza, attirava gli sguardi stupefatti degli spettatori. Mentre gli altri avevano ai piedi scarpe firmate e magari confezionate su misura, Bikila era scalzo. Si, correva scalzo, un modo quantomeno bizzarro di interpretare l’ardua competizione su strada. Dalle sue parti s’era abituato così ed evidentemente la pelle sotto i piedi gli era diventata di cuoio. E i romani a dire: ‘Anvedi quello, ma ‘ndò penza d’annà! Invece quello stava andando veloce verso il traguardo, posto poco oltre l’Arco di Costantino, quand’era ormai notte e la scena la illuminavano migliaia di fiaccole accese. Un incantevole trionfo scenografico sotto uno storico arco di trionfo. Prima di allora mai, un africano s’era visto mettere al collo la medaglia d’oro olimpica e lui l’aveva conquistata correndo, senza scarpe, per 2 ore, 15 minuti e 16 secondi. Forse, quella sera, parve di rivivere, per le strade di Roma, la leggenda del soldato Filippide che andò da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria dei Greci sui Persiani. L’evento guerresco s’era ripetuto, nella forma sportiva, in tempo di pace.

La neonata RAI - TV, per i Giochi di Roma, mise in scena un sontuoso spettacolo, trasmettendo le immagini in 21 Paesi, dall’Europa agli Stati Uniti, al Canada, al Giappone. La città eterna aveva celebrato se stessa, la sua “grande bellezza”, il fascino del patrimonio culturale, testimone di fastigi antichi. E Abebe Bikila fece parte dello spettacolo. In Patria tornò, accolto come un eroe nazionale: il povero ignoto venuto dal lontano Continente nero aveva fatto onore allo spirito olimpico ed al “motto” del bianco, pedone fondista pur’esso, Emil Zatopek: “Un atleta deve correre con i sogni nel cuore, non con i soldi nel portafoglio”. Abebe, quelli con i soldi nel portafoglio li aveva battuti alla grande. Lo furono pure quattro anni dopo, di nuovo nella Maratona, a Tokyo, da un Bikila, neppure in perfetta forma a causa di un intervento di appendicite subito un paio di mesi prima. Questa volta vinse con le scarpe e forse, per lui non era più tempo di sport estremo.

Nel 1969, le sue “gambe d’oro” vennero fermate da un incidente stradale che lo ridusse sulla sedia a rotelle. Era un tenace e, alle Olimpiadi del 1972, partecipò nel tiro con l’arco. E’ morto, a 41 anni, nel 1973 a causa di una emorragia cerebrale. Ad Addis Abeba, per ricordare le sue due (fulgide) vittorie, gli hanno dedicato lo stadio; a Roma, una targa di fronte al Palatino.