Quelli di quando le pene della guerra erano appena finite

Gli usi, i costumi, le speranze a cavallo degli anni ’50
Società

Di Adriano Marinensi - Questo articolo è roba per anziani di buona volontà. Molto anziani. Mi è venuto l’uzzolo di ricordare gli anni indicati nel titolo, sconfinando negli accadimenti del poco prima e del poco dopo il 1950. Tempo che – così canta Gigi Proietti – “me riporta verso er primo amore”. Come eravamo appena usciti dalle pene della guerra. Se mi specchio in quel tempo, mi rivedo giovane studente, i trastulli preferiti: il ballo, il teatro e qualche altra occasione che desse spazio alla speranza, quasi morta sotto le bombe. All’epoca, il palcoscenico offriva primariamente l’avanspettacolo, un film seguito dalla esibizione di compagnie e cartelloni, talvolta messi in piedi con molta buona volontà. Sulla locandina, in bella vista, “20 ballerine 20”, il comico a proporre battute audaci nel doppio senso, cantanti ed orchestre non sempre campioni nell’arte musicale.

Di tutt’altro spessore la rivista. Furoreggiava Wanda Osiris, la Wandissima, con i suoi boys e le sue sfavillanti girls. Scendeva ancheggiando dalla tradizionale scalinata al ritmo di “Sentimental”. Poi, Macario, Rascel il piccoletto, Dapporto il maliardo, il trio Billi, Poselli, Riva, i fratelli Martana con “Buffonate 1950”; nell’orchestra suonava il ternano Odorizio Trionfetti, egregio sassofono solista. In RAI, c’era spazio per le esibizioni dell’umbro Luciano Fancelli, virtuoso fisarmonicista. Teatro di rivista pure per Totò, Anna Magnani ed Eduardo, che riassunse la napoletanità con il suo “a ‘dda passà ‘a nuttata”. Poi le soubrette di gran classe: Alba Arnova, Elena Giusti, Tina de Mola, Dorian Gray ed altre numerose e procaci. Eravamo un gruppetto di studenti spiantati, frequentatori del “Verdi”, a Terni, con il vezzo tutto nostro dell’immancabilmente prima fila, il binocolo a portata di mano. E l’aiuto di qualche sotterfugio per entrare a sbafo. Nel campo della canzone, primeggiava il melodico a voce spiegata. A gorgheggiare in falsetto, Claudio Villa (Granada), Luciano Tajoli (Usignolo) e una massa di imitatori al seguito. Le fanciulle sognatrici, amavano Achille Togliani e Teddy Reno. Nel 1951, si apri la grande finestra del Festival di S. Remo, presentato da Nunzio Filogamo (“Amici vicini e lontani, buonasera”) e vinto da Nilla Pizzi con la bella “poesia” Grazie dei fiori. Un Sanremo radiofonico, perché la prima edizione in TV è del 1955.

Il fotoromanzo (Grand Hotel, Sogno, Bolero) andava alla grande, prima a fumetti, dopo con attori in fotogramma. Settimanali pieni zeppi di drammi umani e commoventi e cuori infranti. Tra i protagonisti persino Sophia Loren, quando di cognome (d’arte) faceva Lazzaro e all’anagrafe Villani Scicolone, alla fine maritata Ponti. Alta l’attenzione della stampa per i cosiddetti “matrimoni del secolo”. Il principe Ali Aga Khan, Imam dei musulmani ismailiti, nel 1949, prese in moglie la diva del momento Rita Hayworth (ricordate “Gilda”?). Nella Basilica di S. Francesca romana, a Roma, in uno scenario hollywoodiano, si sposarono, pure loro nel 1949, Tyrone Power, il tenebroso (ricordate “Sangue e arena”?) e Linda Christian, dinnanzi ad una folla delle grandi occasioni. Sulle pagine della cronaca nera, comparve Caterina Fort. S’era fatta l’amante e la famiglia di lui faceva da ostacolo. Lei allora la sterminò: la moglie e tre figli in minore età. Nel 1952, si prese l’ergastolo e, fino al 1960, scontò la pena nel carcere di Perugia.

Sempre in cronaca nera, con annessa appendice sportiva, nel 1948, leggemmo di un attentato politico che mise l’Italia in subbuglio. Lo studente Antonio Pallante prese a pistolettate Palmiro Togliatti. Gino Bartali stava correndo al Tour de France, relegato in mezzo alla classifica. Per sdrammatizzare la situazione in patria, Alcide De Gasperi gli telefonò: Gino, vinci. E Gino si mise a pedalare così in fretta da conquistare 7 tappe e pure il Tour. Per i suoi “viaggi” in bicicletta da Firenze ad Assisi, che salvarono molti ebrei, lo hanno inserito nel Giardino dei Giusti.

Ancora, sui giornali, nella pagina degli “annunci”, in quell’epoca, ti potevi imbattere in qualche giovane vedova di guerra che faceva scrivere: Distinta con dote, fine educazione, desiderosa affetto, conoscerebbe cinquantenne, adeguata posizione, scopo matrimonio. Al frequentatissimo, primegguava il neorealismo. Insieme ai film strappalacrime, cioè Catene (1949), Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), cavalli di battaglia di Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Oltre, per citarne alcuni, Bellissima (1951) con Anna Magnani, Ladri di biciclette (1948) di De Sica, Riso amaro (1949) di De Santis, Guardie e ladri (1951), geniale interpretazione di Totò. A Terni, arrivavano talvolta pellicole in brutto stato; nel proiettore si “impuntavano”, tornava la luce in sala e la platea si esprimeva in contumelie.

Dunque il ballo, il teatro e il cinema. E un po’ di sport. Il ciclismo con il già citato Gino Bartali (3 Giri d’Italia e 2 di Francia) e il suo potente avversario Fausto Coppi (5 Giri d’Italia e 2 di Francia). Si rincorrevano nelle gare a tappe e nelle altre in Europa. Guai a dimenticare Fiorenzo Magni (3 Giri d’Italia). Eravamo agguerriti antagonisti, bartaliani e coppiani, animati da una rivalità mai più riscontrata, per altri campioni. Nel calcio, trionfava il Grande Torino. Quello di Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola. Fecero piangere gli italiani e non solo, morendo tutti nel disastro aereo di Superga, il 4 maggio 1949.

Tra le vecchie carte, conservate non si sa perché, ho trovato un opuscolo dall’aspetto “rimediato”. Si presenta da solo. Dice: Sono un giornale. Mi chiamo “Il Bibidone”, nato a Terni il 22 dicembre 1956, in occasione della Festa della matricola. E aggiunge per spiegarsi meglio: Rivista caotica degli Universitari di Terni. Tradizione goliardica e festosa, la Festa della matricola, smarritasi purtroppo nel labirinto del “nuovo che avanza”. Altro giornale, edito, a Terni, nei primi anni ’50, e distribuito anche a Rieti, Orvieto e Foligno, era “L’Archibugio” che si definiva “giornale studentesco di idee, fatti e polemiche”. Della copia rimasta sono geloso, in quanto vi scrissi il mio primo articolo intitolato “La piccola olimpiade”, per promuovere, nel mondo della scuola, altri sport, oltre l’atletica leggera. Avevo vent’anni.

Il 1950 fu l’anno dell’esordio in sella ad una “500” di Libero Liberati, che divenne Campione del mondo nel 1957. Di lui mi è gradito ricordare, invece che le imprese motociclistiche, le partite a carte nel bar di Romanino e, prima ancora, le sue spericolate discese, a bordo del furgone a tre ruote, da Marmore giù verso Terni. La Terni che lo pianse quel maledetto 5 marzo 1962, quando finì contro il muro in una delle ultime curve della Valnerina, al ritorno dall’allenamento. Alighiero Maurizi scrisse, in vernacolo, una poesia che, tradotta in italiano, comincia così: “Era di carnevale, ma nessuno rideva. Fiato di morte sulla città.”