Umbria rossa colpita e affondata

Il terremoto politico ha distrutto una volta per tutte il fortino scarlatto e sono pochi coloro capaci di fare autocritica
Perugia

di Francesco Castellini - Umbria rossa, colpita e affondata. Lo tsunami politico uscito dalle urne del 4 marzo ha travolto e cancellato in un attimo una storia lunga e radicata. Sbiadito il colore vermiglio che l’ha identificata da più di mezzo secolo a questa parte.
E dalle polveri di una debacle epocale appare un mondo inaspettato e nuovo, che fa tremare le vene ai polsi a molti burocrati di partito, perlomeno a tutta quella classe dirigente che con tale sistema ha fino ad oggi convissuto, vissuto di rendita, intessuto interessi, rapporti, negoziato posti di lavoro e voti, e via dicendo.

A tutti risulta evidente che da adesso in poi nulla sarà più come prima.
Lontanissimi i tempi in cui, per accordi interni la poltrona da primo cittadino di Perugia veniva concessa ad un Socialista, e quella da vice ad uno della Falce e Martello, adesso, dopo aver bellamente defenestrato i seguaci di Craxi, e proprio quando tutto sembrava andare per il meglio per chi si autoproclamava unico rappresentante della sinistra in Umbria, le cose all’improvviso hanno preso un senso inverso.
Già dei segnali si erano avuti, con la presa di Palazzo dei Priori da parte di Romizi, e dalle tante postazioni perse qua e là per l’Umbria, ma chi poteva immaginare che si potesse arrivare a tanto?
Un tracollo epocale per il Pd umbro che in un sol colpo ha visto il centrodestra piazzare tutti i propri rappresentanti alle sfide uninominali e attestarsi ampiamente come prima coalizione intorno al 37%, contro un ormai misero 25 rosso annacquato.

E questo ad un passo dalle elezioni Comunali di primavera a Terni, Spoleto, Corciano, Umbertide, Trevi, Passignano, Cannara e Monte Santa Maria Tiberina, e ad un tiro di schioppo dalle regionali del 2020.

La verità è che è crollato un sistema, si sono indebolite le fasce portanti di una vecchia tinozza arrugginita, che ora sta imbarcando acqua da tutte le parti, e nessuno di quelli che fino ad oggi si erano bellamente appollaiati su un tale catafalco si possono sentire esclusi.
Il problema non si pone adesso, ma nel prossimo imminente futuro, quando si dovranno lasciare i posti nevralgici di potere per consegnarli a persone non più “conosciute” e di “famiglia”, come è sempre stato prima.
E in gioco ci sono interessi altissimi. Soldi da distribuire, nomine da ratificare, un sistema sanitario miliardario da governare con criteri che ora dovranno essere più vicini alle esigenze dei pazienti che a quelli legati al nepotismo e al mero calcolo della serva.

C’è un mondo che trema, e in tanti, invece che assumersi le proprie responsabilità si sono messi a megafonizzare la solfa dell’antifascismo, che bene riempie la bocca e fa sentire in pace le coscienze, ma colpevolmente trascura i crimini della barbarie comunista.
Insomma addio sistema consolidato, figlio di quella politica miope, molte volte strafottente e presuntuosa, che non aveva mai messo in conto il fatto che un giorno qualcuno poteva sottrargli da sotto la poltrona. Si è andati avanti così, anno dopo anno, decennio dopo decennio, nella certezza che tutti i gangli del potere erano fra loro ben collegati e nessuno avrebbe mai potuto avere la forza di espugnare il fortino scarlatto.
Ed eccola allora montare l’arroganza. Sentire riecheggiare sotto ogni discorso quel “io sono io e tu non vali niente”, o quel “solo da questa parte c’è la giustizia, la verità, la ragione e la scienza e tutto il resto sbaglia”.
Così sono nate intere frotte di altezzosi, superbi e boriosi, che poi, grazie al fatto di appartenere ad una specie “eletta”, hanno sempre mantenuto il privilegio di occupare i posti migliori, senza mai scartare quelli che ti danno uno stipendio senza dover per forza lavorare.
E così si è assistito impotenti ad un impoverimento del territorio che in dieci anni ha visto calare posti di lavoro, i redditi delle famiglie, precipitare negli abissi il Pil regionale. Con a latere bisticci e intrighi da repubblica delle banane. Vedi la storia triste di Terni, dove un sindaco, non pago di aver portato al dissesto finanziario il suo Comune, e essere sottoposto ad indagini con tanto di falcidiazione giudiziaria della sua giunta, si è abbarricato alla poltrona fino all’ultimo spasmo.

Che dire poi della vicenda di Umbertide. Dove una lotta intestina ha finito per fagocitare gli stessi rissosi protagonisti.

E nessuno che si è messo mai a ricordare a tutti che la politica è una cosa seria e che va lasciata fare a chi la sa fare, e magari è in grado di prendersi carico, insieme ai destini degli altri, anche le proprie responsabilità. Altrimenti è solo scempio, spettacolo circense, pantomima volgare e boccaccesca, che a tratti fa pure sorridere, ma che di fatto lascia in brache di tela l’intera comunità che gli si è affidata.
Altro che andare in giro a menarla con quel... “ha vinto l’odio e la rabbia”.
Piuttosto ha mille volte ragione Marco Vinicio Guasticchi, membro dell’Assemblea nazionale e della direzione regionale del Partito democratico, quando afferma: «Siamo stati sconfitti dalla nostra tracotanza, dalle nostre divisioni e dai troppi personalismi. Dobbiamo tornare all’umiltà politica di riconoscere i nostri errori, non cercando negli altri le responsabilità. Rifuggiamo coloro che pensano a rese dei conti e apriamoci a coloro che con noi vogliono discutere sui motivi veri di questa sconfitta».
Difficile dirlo meglio e aggiungerci sopra qualcosa ancora.