“Orient express”, angosciante e sterile

La pièce in scena al Morlacchi presenta molti pregi e un grande "limite"
Perugia

di Francesco Castellini

E' andata in scena ieri sera, mercoledì 18 ottobre, al teatro Morlacchi di Perugia, la prima nazionale di “Orient expres”, una pièce dalle tinte forti, per certi versi crudele, per quel suo essere capace di mettere il dito nella piaga purulenta che affligge uno spicchio di dolente umanità, ma per altri aspetti incompleta, “limitata”, almeno su un fronte, l'incapacità di provocare reazioni di sdegno, e non far sentire mai gli spettatori alla fine sufficientemente indignati contro i responsabili dei crimini contro l'umanità. Non trapela mai da nessuna parte l'odio verso quegli aguzzini che sono la vera causa di tanto orrore.  

Ottavia Piccolo veste i panni di Haifa, una vecchia in fuga dalle brutture di una persecuzione che non conosce ritegno, e racconta della sua terribile odissea, di quella fuga istintiva che la spinge ad allontanarsi il più possibile da quell'inferno, da quel luogo abitato da immondi mostri, senza volto né anima.  
Lontano, lontano, più lontano ancora, da quegli esseri schifosi e abominevoli che si sentono in diritto di stuprare, mutilare, uccidere donne e bambini, beandosi con il loro dio, senza dover mai rendere conto a nessuno dei loro misfatti e che invece meriterebbero l'assenza... la inappellabile condanna alla dannazione eterna.  

Tutto gira intorno ad Haifa, scampata per miracolo ad un'ennesima strage, la quale, al pari di una bestia terrorizzata, fugge via, prende le distanze da quel fango e da quella sua terra imbevuta di petrolio e sangue, che ha perso ogni parvenza di umanità e pudore.  
La piccola nipote che per caso le è rimasta accanto le darà la forza e la voglia di superare tutti gli ostacoli possibili e inimmaginabili, e alla fine, lei e la bambina, sopravvissute per sbaglio al truce destino che travolge milioni di disgraziati inerti, ce la faranno a fuggire dalla città fantasma di Mosul, in Iraq, per approdare in Occidente, ospite di un mondo per così dire più umano, ma allo stesso tempo “colpevole” di indifferenza e inesorabilmente accusato di "omessa ospitalità".  

Ecco, è proprio questo il sentimento che si coglie alla fine. La morale di questa fiaba nera.  

Si racconta "una storia dei nostri giorni", come l'ha definita l'autore Stefano Massini, e su questo non c'è dubbio alcuno, ma quello che manca in quest’odissea macchiata di rosso, è un risentimento di rabbia, quello che dovrebbe avere per oggetto i veri aguzzini e che invece si traduce in un indefinito senso di colpa, perché porta a focalizzare l'attenzione solo sugli effetti di tanta malvagità e non sui criminali artefici di tale nefandezza.  

E allora vengono in mente gli ebrei deportati nei lager di concentramento, le storie parallele di vittime impotenti e ignare, ma con la differenza che in quel caso, più si veniva a conoscenza di quella realtà truce e più saliva nel mondo la voglia di estirpare per sempre dalla faccia della terra il cancro del nazismo, comprese tutte le sue metastasi assassine.  

Ecco, in “Occident express” è proprio questo che alla fine manca.  
Si racconta una storia, ci si perde nello sguardo nebbioso della vittima, ma non trapela mai la collera, l'irritazione verso i fautori di tanto scempio.  

E se da una parte può essere giusto colpevolizzare un Occidente accusato di insufficiente attenzione, sconcerta constatare il fatto che nessuno punti il dito contro quella che è la disgrazia vera: i maledetti talebani della morte.  
Ed è un po' come se il medico si preoccupasse solo degli effetti senza da lì partire per rintracciare e curare radicalmente le cause del male.  

L'angoscia che caratterizza l'ora e mezza di pièce rischia allora di provocare solo commozione, abbinata ad un sentimento di autoflagellazione, inutile, dolente, infelice e sterile.