“Il libro di Giobbe” e quella voglia di esagerare

La pièce andata in scena al Morlacchi ha il peso specifico del piombo
Perugia

di Francesco Castellini

“Il libro di Giobbe” è una pièce teatrale strana, che scombussola tutti i fondamenti teatrali.

È una di quelle della serie... “l’importante è esagerare”.

Rappresentata fino a domenica al Morlacchi di Perugia, inizia con una soluzione scenica ardita, un campo da tennis con tutti e due i giocatori che si contendono la partita stando dalla stessa parte della rete, schiena rivolta al pubblico, che si muovono nella penombra. Insomma una rappresentazione temeraria, qualche volta perfino avventata, che punta molto sulla sempiterna connessione col pubblico, fino a farlo sentire parte in causa, fino a chiedere ad ogni spettatore un surplus di gioco, di fantasia. Una commedia che non si accontenta di raccontare, che ha per specchio il mondo onirico, virtuale, che passa dalla radiocronaca alla voce di fondo, dalla diretta alla differita. In un pout pourri dilatato e sovrabbondante che però alla fine forse un po’ finisce per appesantire e stancare.

Tante, troppe le cose che si vogliono trattare, discutere, delineare.
Tanti, troppi i temi che vengono scelti, mischiati fra di loro, in un turbinio continuo, eccessivo, confuso, delirante.

Un atto unico dal peso specifico del piombo, due ore di domande, di tentativi di risposte, di elucubrazioni, aneddoti, luoghi comuni, che si imperniano e si incatenano fino ad aggrovigliarsi e a fondersi fra loro. Difficile dire se alla fine se ne può trarre una morale. Impossibile capire se c’è davvero un filo unico che lega tutto questo. Un inizio, uno svolgimento, una fine.

Del resto il regista Pietro Babina ci ha abituato alle sue soluzioni avventate. E dunque, in questo ripercorrere la storia di Giobbe come ispirazione per un racconto contemporaneo, questo drammaturgo ancora una volta non fa altro che riproporre i temi che più lo ossessionano e su cui, nella sua osservazione visionaria del mondo, si fonda per lui il significato vero, la necessità stessa dell’opera teatrale. In questo lavoro, “Il libro di Giobbe”, non si è dimenticato di nulla. C’è l’indagine sulle ragioni del male, sul valore del bene, sull’esistenza di una dimensione magica, sulle relazioni fra ingiustizia e giustizia, potere e libertà, ma tanto e tanto altro ancora.

La voglia è quella di non tralasciare niente, di dire e rappresentare più cose possibili, ma si sa che quando si vuol dire tutto alla fine il rischio è che non si dica proprio un bel niente.

Applausi stanchi alla fine, comunque un sincero omaggio alla fatica richiesta e bene espletata dai bravi protagonisti, a partire dalla splendida prova di Leonardo Capuano, felicemente affiancato da Alessandro Bay Rossi, Barbara Chicchiarelli, Fabrizio Croci, Andrea Sorrentino e Giuliana Vigogna.