Umbria sempre più povera, scivola verso il Sud

Lo certifica il rapporto Istat 2016 al capitolo “Condizioni di vita e reddito”
Perugia

di Francesco Castellini - Un’Umbria oscura, inesorabilmente avvolta dalle tenebre, in cui non si vedono vie d’uscita, non si scorge una luce. Qui un cittadino su tre sta scomodo, vive nel limbo della povertà o in quello della esclusione sociale (definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020), che altri non è se non una condizione di grave deprivazione materiale, aggravata da un contesto di bassa intensità di lavoro.

Lo certifica il rapporto Istat 2016 al capitolo “Condizioni di vita e reddito”, che rileva senza ombra di dubbio un peggioramento delle condizioni di vita medie in tutta la regione. Basti dire che la percentuale di popolazione “esclusa” è passata in appena due anni dal 21,9% al 28,5%, allineandosi perfettamente al dato nazionale, ma facendo avvicinare in maniera inquietante l’Umbria più alle regioni meridionali che a quelle settentrionali, ponendola a ribasso fra le realtà confinanti e decisamente piazzandola in posizione peggiore rispetto a tutto il Centro-Nord.
E se è vero che nel 2015 il 28,7% delle persone residenti in Italia vive a rischio di povertà o esclusione sociale, è anche vero che il dato nazionale è sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (quando era al 28,3%) a sintesi di un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%).
Certo, il Mezzogiorno è ancora l’area più esposta: nel 2015 la stima delle persone travolte dalla povertà sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente, con quota in aumento anche al Centro (passato dal da 22,1% a 24%) mentre al Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%, ma tutto questo non può consolare.

Se poi andiamo ad analizzare quel 28,5% di “sfortunati” umbri, quelli a rischio povertà sono saliti dal 16,5 al 18,4%; quelli in stato di grave deprivazione sono passati dal 5,2 al 10,4% e le persone a “bassa intensità lavorativa” sono saliti dal 10,7 all’11,7% (anche se in questo caso l’Istat segnala una revisione nel calcolo dell’indicatore).
A stare peggio sono le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti: e anche lì c’è un aumento, passate dal 40,2% al 43,7% in un anno; la quota sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli; fino a raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nei nuclei con tre o più minori. Andando poi a vedere il reddito medio familiare, in Umbria si attesta intorno ai 28 mila euro annuali, vale a dire esattamente a metà strada tra le regioni del Nord e quelle del Sud.
Insomma il ritratto che ne viene fuori raffigura una terra sempre più fragile, desertificata, con meno lavoratori, con più disuguaglianze sociali rispetto agli anni precedenti, come avvitata su se stessa, passiva, inerte. Un luogo dove non si riesce ad individuare neppure un segnale di crescita, o di rivalsa, insomma dove anche a scavare non c’è traccia che possa alimentare qualche timida illusione.

Un declino annunciato dalla drammatica fotografia fatta da Eurostat lo scorso marzo, che già riferiva di uno scivolamento dell’Umbria verso le regioni del Sud, secondo cui la regione a soffrire di più della recessione era proprio quella che rappresenta il cuore verde d’Italia, dove dal 2008 si è perso l’8,37 per cento del prodotto interno lordo, arrivando a 24.100 euro di Pil pro capite. E già allora era evidente il rischio povertà che poneva l’Umbria fra le regioni con peggioramenti più significativi (+6,6 punti percentuali).
In quell’occasione fu Raffaele Nevi, capogruppo di Forza Italia in Regione, insieme alla coordinatrice regionale Catia Polidori, a quello provinciale di Terni Sergio Bruschini e al vicario di Perugia Riccardo Meloni, ad attaccare il governo Marini, stigmatizzando la situazione come una vera e propria «emergenza per l’economia dell’Umbria». «Secondo le statistiche dell’Istat inoltre - evidenziarono in quell’occasione gli esponenti di Forza Italia - a gennaio 2016 l’Umbria ha perso circa 4 mila abitanti contro una media italiana di 2.300. Vuol dire che la gente “scappa”». Nevi rivolse quindi un «appello alla maggioranza perché smetta con questo teatrino triste da prima Repubblica e assicuri un governo stabile, o si prenda atto della situazione e si torni alle urne». L’onorevole Polidori dal canto suo annunciò una mozione parlamentare «per far emergere l’emergenza Umbria e perché il Governo si occupi di questa crisi».

Ma da allora le cose sono andate solo peggiorando. Anzi, a rincarare la dose è arrivato anche il dato negativo riferito all’indice di Gini (una delle misure principali utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui). In Italia esso assume un valore pari a 0,324 (sopra la media europea), ma anche in questa speciale graduatoria l’Umbria peggiora, con il suo 0,311.

Che fare?
Dure critiche, ma anche proposte, arrivano dal sindacato dei lavoratori.
 La Cgil dell’Umbria in un comunicato scrive: “Siamo di fronte all’ennesima conferma della drammaticità della crisi e della totale inefficacia delle politiche messe in atto per farvi fronte. Politiche come il Jobs Act, che hanno ulteriormente precarizzato il lavoro, e che in Umbria in particolare si sono dimostrate fallimentari, creando nel 2015 un evidente effetto doping occupazionale, dovuto agli incentivi, subito cancellato però dal tracollo delle assunzioni nel 2016 (anche qui l’Umbria ha il primato in Italia) e accompagnato invece da una costante e impetuosa crescita dell’utilizzo dei voucher, nuova frontiera del precariato estremo, per la cui abolizione la Cgil ha raccolto le firme per un referendum”.
“Da tempo - prosegue il sindacato - abbiamo denunciato il rischio di tenuta della coesione sociale nella nostra regione. Quanto finora ha funzionato, dopo 9 anni di crisi non funziona più, servono interventi strutturali e coraggiosi da parte di chi deve governare una regione che sta inesorabilmente avviandosi verso il baratro della povertà assoluta”.
Secondo la Cgil, dunque “urgono interventi di welfare universale, con politiche di inclusione strutturate e non interventi spot”, serve “un contrasto vero alla precarietà, a partire da quella dei voucher (oltre 24.000 umbri nel 2015 sono risultati occupati in virtù di questo strumento senza tutele e senza diritti)”. E ancora “per contrastare gli elevati tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, si deve lavorare nella direzione di creare lavoro stabile, promuovendo uno sviluppo industriale che superi le troppe aziende che lavorano per conto terzi e non riescono a collocarsi in un mercato autonomo, che si rivela peraltro sempre più competitivo”. “La coesione sociale è un elemento che da sempre qualifica il regionalismo umbro, sta di fatto - conclude la Cgil - che la Regione deve dare risposte certe, non basta spendere i soldi che arrivano dall’Europa, occorre spenderli bene, con una ricaduta visibile e tangibile per la qualità della vita in Umbria. E’ ora che tutti si rendano conto che serve un vero Piano per il Lavoro”.

«Un’ora di lavoro pagato con un voucher viene classificata dall’Istat come un’ora di lavoro normale - è l’analisi di Mario Bravi (Ires - Cgil) pubblicata su umbriaon.it - però quello è un lavoro precario senza garanzie su malattia e maternità e praticamente senza contributi. Una forma di lavoro medievale incartato con modalità moderne e termini inglesi: potremmo definirla una “barbarie 2.0”. E in Umbria, su 200 mila lavoratori, circa 20mila vengono pagati con i voucher: il 10%. E purtroppo i governi locali incentivano questa tipologia contrattuale anziché scoraggiarla, basti pensare ai family helper. Invece si dovrebbero incentivare politiche del lavoro stabile e garantito. Per questo come Cgil vogliamo proporre un referendum per l’abolizione dei voucher e il ripristino dell’articolo 18 per tutti. Anche per le Partite Iva».