Il ritorno di Gary Graden e del coro st. Jacob di Stoccolma

Ottimo ruolo dell'Orchestra da Camera di Perugia
Perugia

PERUGIA - Come fu per il mitico Josef Veselka, protagonista, col suo coro Filarmonico di Praga, di tante memorabili serate della Sagra in san Pietro, oggi è il maestro svedo-americano Gary Graden a farsi carico della nota più squillante delle migliori convocazioni del festival. Ma mentre il mite Veselka, impacciato anche davanti al più fragoroso degli applausi, si faceva da parte davanti a direttori di grande importanza, Graden il suo coro st. Jacob di Stoccolma se lo cura personalmente, plasmandolo sia in formazione a cappella, sia  quando un’orchestra ne sostenga il dolcissimo soffio.

E’ stato così che, ieri sera, in san Pietro, grazie al morbidissimo impasto della formazione vocale che opera in una delle chiesa storiche della capitale svedese, la Sagra è entrata nella sua settantereesima edizione con la grazia di una vecchia signora che sa ancora offrire il fascino di una conturbante carezza.


Probabilmente non poteva darsi un inizio migliore per un cartellone  che ha voluto chiamarsi Guerra e Pace. Dalle profondità dell’Orchestra da Camera di Perugia  si è innalzato quel canto lieve e osannante che caratterizza le migliori pagine corali di Mendelssoh. Questa, dal titolo “Dona nobis pacem”, in traduzione dall’originale luterano, è un pannello di densità ombrosa che cadde sotto le attenzioni di Schumann, che, nella sua esegesi parlò di Madonne di Raffaello e di Murillo. Data la particolare pennellata scura è forse più legittimo pensare al secondo, a questo ondeggiare tra violoncelli e contralti, perché più sommessa, ma penetrante risuoni l’invocazione alla “Nostra spes et salus”.

Come annunciato al programma, da Mendelssohn siamo  entrati senza soluzione di continuità nella novità della serata, la Missa Sancti Francisci Assisiensi dello sloveno Damijan Moċnik. Si è trattato di un altro dei tanti tasselli cuciti addosso  al poverello di Assisi che il suo saio lo teneva rattoppato, il minimo di stoffa per copre un corpo macilento e provato dalle sofferenze della fede. Si è voluto dare una certa enfasi alle improvvisazioni incastonate nella partitura. Si è prestato anche Graden stesso, che ha cantato con il riscontro diafonico di un violino. Al centro dell’orchestra troneggiava la batteria pop di Anders Åstrand, icona internazionale delle percussioni.  Sfiorando appena il set dei piatti e lavorando a oltranza su bongos, congas e altre arboree chincaglierie l’ottimo Anders ha fatto di tutto per vivacizzare una trama corale che si dipanava tra un Duruflè e un padre Frisina. L’orchestra mormorava di pucciniani crisantemi. Sono duemila anni che il testo della liturgia romana resiste a ogni forma di sollecitazione, senza farsi scalfire da un solo comma e non sarà certo questa piacevole  e innocente partitura a intaccare alcunché. Ripensando a quel che ci aveva detto Riccardo Muti, nella sua serata augustana a Norcia, a proposito della musica da chiesa in Italia, ci sarebbe da chiedergli cosa ne pensa. C’è da segnalare comunque, che la musica dell’ospite sloveno  è piaciuta a gran parte del pubblico  che affollava la basilica benedettina: qualcuno accennava anche a mossette di accompagnamento.


Lo smalto della grande Sagra è tornato a rilucere nel pannello conclusivo della serata. Si trattava di riascoltare la Missa in Tempore Belli di Haydn. Il maestro austriaco la scrisse dopo il suo ritorno sotto le ali protrettrici della dinastia Estehazy, ma nel frattempo si era meritato una laura Honoris Causa ad Oxford. E non era accademia, ma riconoscimento della piena dignità umana e professionale di chi faceva il musicista. E chissà mai se Haydn sarà stato fiorato dal dubbio che il suo posto avrebbe dovuto essere con Napoleone e non coi vecchi padroni.

Comunque la Missa fu stesa allo scadere del secolo dei Lumi, quando i francesi cannoneggiava mezza Europa,  e l’ingenuo rullare dei timpani è un palese effetto imitativo dei bronzei oricalchi di guerra.  E c’è da dire che Gary si è divertito un mondo a farli rollare a più non posso. Valendosi delle voci solistiche di Valentina Coladonato, di Eva Gubanska, del tenore Johann Christensson e del perugino Mauro Borgioni, una nota sempre gradevole all’interno del festival, il s. Jacobs, pur nella sua dimensione cameristica, ha cantato con la grazia che merita una pagina incantevole, ancorata allo stile galante, mai dubbiosa nei dogmi di fede, piena di leggerezza rococò. L’orchestra da camera di Perugia, in forma allargata,  ha offerto il suo prezioso contributo all’arioso volteggiare della formazione corale per salutare l’avvio di una manifestazione che procede, come sempre nel solco della sua antica storia.

Stefano Ragni