La parola patria: dalla sparatoria di Macerata a Macron, passando per Cavour

Lectio magistralis alla Stranieri del professor Francesco Bruni
Perugia

Francesco Bruni, nato a Perugia, è un linguista e storico della letteratura italiana. Ha studiato Lettere classiche all'Università di Napoli, allievo di Salvatore Battaglia, con cui si laureò il 5 luglio 1965, discutendo una tesi di filologia romanza.
Autore di importanti e numerosi libri diventati pilastri nel mondo accademico nazionale e internazionale, e soprattutto tra gli studenti e appassionati di Storia della lingua, Francesco Bruni, professore di Storia della lingua italiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, accademico della Crusca, dei Lincei e degli Agiati, terrà una lectio sulla storia della parola e sul caso “patria”, martedì 13 febbraio, alle ore 14, presso la palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia. Lo studioso metterà a fuoco nella sua conferenza il termine ‘patria’ e ne racconterà le connessioni con la sfera più profonda, fisica e biologica, della persona. Ma sentiamo qualche anticipazione.

Professor Bruni, partiamo dal significato di “patria”: si tratta di una parola importante?
«È importante perché appartiene ad una famiglia di parole che dimostra, tanto per fare un esempio, come ci sia una grande elasticità nei significati che le parole che possono avere. Patria deriva da “pater”, quindi è una parola che, insieme con “madre”, ci riporta alle origini della vita. È una parola profondamente legata alla biologia. È una parola della ‘famiglia’ in senso stretto: marito moglie, padre, madre e figli. Per lo Stoicismo, una delle correnti filosofiche della cultura greca classica, la patria del sapiente è il mondo. Andiamo dallo stretto ‘privato’ della famiglia mononucleare al mondo come patria del sapiente, che non è legato ad una città, ad uno Stato, perché con la sua sapienza può abitare dappertutto. Si passa dal privato all’universale e dalla concretezza della biologia, e della realtà familiare, all’astratto».

Ma qual è l’interesse di queste connessioni?
«Riflettono il lavoro della nostra mente. Oggi è molto studiato il cervello, però non si arriva a capire davvero questi fenomeni, che sono proprio di quella facoltà unica che è il linguaggio umano».

Quanto viene utilizzata oggi la parola ‘patria’ e in quali contesti?
«Abbastanza poco e in contesti particolari. Penso al giovane che ha sparato a Macerata contro gli immigrati: ha usato la parola "patria", ha fatto il saluto romano davanti all’altare dei caduti di Macerata, e quindi questa è la "patria" neofascista. Ora, evidentemente, la "patria" per i liberali che hanno fatto buona parte del Risorgimento italiano, come Cavour, per intenderci - il più importante e geniale di tutti - è una parola che significa sviluppo civile e progresso tecnico, come nel caso della costruzione delle ferrovie che Cavour già prevedeva prima dell’Unità d’Italia, che era una delle nuove tecnologie dell’epoca insieme alla macchina a vapore. Quindi "patria" aveva un significato diverso da quello della "patria" del Fascismo, che assunse caratteri aggressivi, soprattutto con l’Impero d’Etiopia e poi con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale. La parola può essere usata in molti sensi. Oggi in molti hanno pensato che si dissolvesse nell’Unione Europea, ma dobbiamo fare i conti con il rapporto fra la ‘patria’ e lo Stato perché il sentimento della patria giova alla solidarietà statale, di cui oggi lamentiamo la polverizzazione».

Professore, le parole che spariscono a seguito dei mutamenti socioculturali, poi riaffiorano anche con lo stesso significato?
«Le parole si nutrono di situazioni sociali e culturali che possono esaurirsi a seguito dei normali mutamenti, e possono riaffiorare con un significato negativo, ma anche positivo. Infatti, per fare un esempio, il presidente Macron usa volentieri la parola ‘patria’. È un europeista che però concilia lo spirito europeo con lo spirito del patriota francese».

Perché questa attenzione alla parola "patria"?
«Ho scelto "patria" perché, essendo un italianista e avendo insegnato Storia della lingua italiana per tanti anni, mi piace la storia delle parole che si evolvono nel tempo».

Quando "patria" emerge dalla letteratura, tutto è più chiaro?
«L’ultimo paragrafo del mio ultimo libro, “Patria”, è dedicato ad un poemetto di una nota poetessa, originaria di Todi, Patrizia Cavalli, intitolato “Alla patria”, dove dà una visione non retorica, non antiquata, di una patria quale la si può vedere oggi, un patria malandata, ma ancora con degli elementi che sono significativi e non la patria dei discorsi pubblici che spesso non ci convincono. Si tratta dei piccoli scorci che ci fanno riconoscere l’Italia come una realtà che ancora ha da dirci qualcosa».