I giovani in fuga dall'Umbria

Ma c'è chi afferma: "I cervelli non fuggono, circolano"
Perugia

di Francesco Castellini

Sempre più giovani se ne vanno dall'Umbria. Il bilancio sociale dell’Inps regionale ratifica una transumanza a senso unico, continua e inesorabile.
I numeri parlano chiaro. L'Umbria sta diventando una terra per vecchi. Gli over 65 sono il 25% della popolazione, mentre i 163mila giovani (fra 14 e 40 anni) rimasti, pesano sulla bilancia delle presenze per appena il 18,4%.

Una tendenza a fuggire iniziata qualche anno fa.
Dal 2012 al 2017 l'Istat certifica 19mila giovani in meno, un calo del 10,4%, contro il -6,7% registrato nel Centro e il -8,5% della media nazionale.
A questo si deve poi aggiungere il fatto che da queste parti la disoccupazione giovanile è peggiore della media italiana, tanto da arrivare a sfiorare quota 27%. Per il Censis i giovani umbri sono molto più poveri rispetto a 25 anni fa, seppure più istruiti e formati.
E allora va da sé che alla base di questo flusso migratorio vi sia la voglia e la necessità di trovare una propria strada.

Del resto quando le opportunità si riducono all'osso diventa naturale guardarsi intorno per cercare lidi migliori. Posti più accoglienti dove mettere in atto le proprie tante energie e in pratica le competenze acquisite, e dove peraltro si è anche più apprezzati e stimati.

In altre parole i giovani circolano perché non solo hanno il diritto, ma anche il dovere di andare ove possono esprimersi al meglio.

Che poi, a ben vedere, è un fenomeno sempre esistito, che aldilà dei tanti facili allarmismi potrebbe avere anche riservare ricadute positive a lungo termine.

E’ quanto sostiene per esempio un articolo pubblicato su “”, che segnala come il cosiddetto “brain drain” sia un fenomeno internazionale in grado di generare comunità scientifiche molto più fertili (grazie alle diaspore scientifiche) e dunque di notevole importanza, sotto il profilo economico, scientifico e sociale, capace anche di rafforzare i rapporti tra Paesi.
Monica Veronesi, Executive Director di Issnaf (Fondazione che supporta la comunità dei ricercatori e degli studenti italiani espatriati in Nord America) ne è assolutamente convinta: «Quando si parla di carriera dei ricercatori si parla spesso del concetto di brain drain. Noi auspichiamo fortemente un cambio di pensiero: i cervelli non “drenano”, si muovono. Gli scienziati vanno dove trovano opportunità di lavorare sulla ricerca che credono possa portare una differenza nel mondo. Il capitale umano italiano all’estero è un asset di primaria importanza per l’Italia che deve essere utilizzato meglio come opportunità per il Paese. Viaggiando si creano legami e network che sono alla base della scienza globale del nostro tempo. Come per noi di Issnaf è importante lavorare insieme alle altre diaspore europee, per imparare dalle best practice di altre organizzazione e confrontarsi. Il valore aggiunto di questo dialogo è cruciale per meglio supportare i nostri scienziati, network e, alla fine, i nostri Paesi».

Non c'è dubbio che quella della Veronesi sia una tesi benevola, che guarda al fenomeno migratorio con curiosità e fiducia. 
Ma quell'ottimismo non può che confortare i tanti genitori che assistono ansiosamente allo spiccare del volo dei propri figli, con lo sguardo sempre rivolto al futuro, pensando alla loro felicità, senza mai smettere di pensare che sicuramente un giorno quegli amati pargoli torneranno più forti che mai e in grado, perché no, di contribuire al benessere loro e della comunità intera che li ha generati.