La grandeur francese con Marc Minkovski e Les Musiciens du Louvre

Serata memorabile al teatro Morlacchi di Perugia
Perugia

«E ora sentirete come se i venti fossero in sciopero contro qualcuno e non soffiassero. Può sembrare Stravinski». E poco dopo: «Questo teatro è bellissimo, anche se non è quello di Bordeaux».

Piccole frasi colte al volo tra le tante che  Marc Minkovski ha indirizzato al pubblico del Morlacchi, occupato in maniera ragionevole, ma non quanto meritava l’evento.

L’occasione era in realtà tra le più gustose della stagione. Una delle più accreditate orchestre del barocco filologico, Les Musiciens du Louvre, dirette dal suo fondatore in un programma assolutamente pertinente:  i destini e i fasti della musica francese dei grandi re Borbone,  Luigi XIV e XV: quello del sole e quello dei Moschettieri di d’Artagnan. Due soli autori, il primo dei quali, Gluck,  sfiora anche Luigi XVI, per essere stato musicista della Delfina, Maria Antonietta, che aveva tanta voglia di farsi apprezzare dai suoi futuri sudditi, al punto di mandare in avanscoperta il suo musicista di elezione.

Raramente un concerto si è presentato con tanta coerenza e tanta pertinenza come martedì sera: serata sghemba, ma probabilmente c’era poco da scegliere in una tournée che spazia da Mosca a Madrid. Siamo quindi stati fortunati ad accogliere nel modo migliore una formazione che vanta una discografia stellare e, quando suona dal vivo, lo fa come se fosse un impegno di vitale importanza. Anche perché il suo Mentore, Minkovski, ce la mette tutta per guidare la compagine e spiegare al pubblico cosa succede  tra le fila dei leggii.

In un delizioso franco-italiano, il maestro annuncia tutti i numeri di quello spettacolo aurorale del balletto moderno che fu “Don Juan”, produzione viennese del 1761: Gluck collaborò con il coreografo fiorentino Gasparo Angiolini in una creazione pantomimica dove ogni gesto fosse motivato dalla musica. Al punto di confezionare una trama di pezzi brevi, chiarificatori di ogni movenza narrativa. Solo la scena finale, quella del festino e della apparizione della statua del Commendatore è giustamente più lunga, dato che era destinata a una proiezione a lungo termine, da Mozart a Thomas Mann.

Ascoltare queste sequenze da un’orchestra che non è ottusamente solo “barocca”, ma quest’anno si occupa anche di Perichlole e di Racconti Hoffmann di Offenbach, il depositario del bicentenario in corso,  ci fa apprezzare ancor più l’informazione sonora che scaturisce dalla sue arcate. Fraseggi energetici, con guizzi striscianti ed esplosioni di briviso sonoro, vigilate da accorti dosaggi di spessori timbrici, ai limiti dello stupore. Così la filologia è veramente uno spettacolo, è comunicazione, è entusiasmo.

La prima parte del concerto, un po’ cortina, era poi compensata dai sessanta minuti della seconda, una sorta di “sinfonia immaginaria” compendiata da  Minkovski su diciassette  porzioni orchestrali delle opere di Rameau. Musicista celebrato dai francesi, per quanto deriso dal suo contemporaneo più illustre Jean Jacques Rousseau. Probabilmente si trattò solo di una ripicca per non essere statao apprezzato al punto giusto come compositore, ma quando Rousseau affondò i suoi denti sulle polpe di Rameau vi lasciò un segno indelebile. Ci si mise anche Tartini a delocalizzare un teorico delle tecniche del suono per allungare le distanza tra Rameau e la modernità, rappresentata dai Philosophes della sua età. Morale: ci voleva Minkovski  a ridare una botta di vita a un musicista disperatamente ancorato al concetto di sovranità dei re di Francia e capace di captarne umori ed esigenze al punto di farsi loro riverbero sonoro. Tanto, forse troppo. Non vogliamo dire che è la musica di Macron, ma certo che l’Europa stava sterzando, ai suoi tempi, verso altre piste.

Cucire i diciassette pezzi da opere che oggi raramente si ascoltano, anche in festivals specialistici è operazione di apostolato storico: ma un’ora è veramente troppo, perché non c’è una direzione didascalica, tra pezzi lenti e balletti, ma è tutta un inchino continuo.  Forse, nella sua efficacia, ha colto più l’obiettivo  il nostro Bronzi quando ha concertato recentemente la cameristica di Perugia nelle pagine da Boreades, quelle a cui si riferivano i venti citati da Minkovski.

Quello che comunque ha convinto tutti all’applauso più sgargiante che potesse salire dalla platea è l’effervescenza con cui i Musicisti del Louvre hanno percorso i siti più preziosi delle pastorellerie  ramiste, dalla rabbrividente ouverture di Zais, alla nascita di Osiride, alle movenze selvagge degli indiani di America, che per i francesi erano Huron, Moichani e Irokesi. Eleganza senza fine quando entra la musa Polimnia, e stupore per l’uragano di Platée. Castor et Pollux, col lamento funebre sembrano una domanda inesausta e inesaudita: quella che il filosofo Fontenelle, all’epoca rivolgeva alla musica: “Que me veux tu?”.

   Stefano Ragni