Enrico Bronzi e l’Orchestra da Camera di Perugia, un concerto pieno di luce

In San Pietro, come sempre per gli Amici della Musica
Perugia

In San Pietro, come sempre per gli Amici della Musica di Perugia. E’ l’occasione di tirare le fila della stagione di “mezzo mandato” e di fare i conti con le proiezioni primaverili. Se tutto continuerà a filare così le  previsioni sono delle più ottimistiche. Dopo la prova stellare che l’Orchestra da camera Perugina ha offerto al Cucinelli con il violinista Milenkovic, ecco ieri sera sul podio il nuovo direttore artistico del sodalizio, il violoncellista Enrico Bronzi, a fornire la conferma di quanto ci si aspettava da lui, ovvero l’alta statura musicale. Approvazione “cum laude” per quanto abbiano ascoltato nella basilica benedettina, ancora una volta la Betlemme aurorale dei percorsi musicali cittadini. E la benedizione Bronzi e orchestra sono andati a prenderla proprio nella basilica dove don Martino ha visto scorrere tanta musica e dove, in primis, nacque la Sagra Musicale Umbra.  Inizio di un nuovo percorso, di una svolta? I fatti ci sono e sono stati  accreditati da due concerti in cui la compagine orchestrale, fatta di ragazzi venticinquenni che hanno suonato con la Mozart, con la Cherubini, con la Giovanile Italiana ha dimostrato di aver fatto, in due occasioni susseguenti, quello che appare un balzo in avanti di una decina d’anni, con le esperienze pregresse che sono sbocciate d’incanto.

Ora, come ricorda il “teorema Franceschini” non si tratta di suonare un paio di volte in stagione, quanto, piuttosto, di stendere un progetto politico di utilizzo, di coesione e di sviluppo. Un impegno da niente che la presidente Anna Calabro si è assunta con tutto il peso della sua autorevolezza, ma che necessita di sponde condivise a livello territoriale, con una agenda di interventi non sporadici, ma esponenziali a una attualizzazione di intenti e di prospettive.

L’innesto di Bronzi nel progetto appare una scelta più che congeniale. Sia come solista che come direttore il giovane parmense ha saputo convincere tutti. Proponendo, per giunta, un programma di rarissima impaginazione, fascinoso per scelte, stimolante per la realizzazione. Al centro focale due partiture di Carl Philipp Emanuel Bach, il “più sgaggio” della cospicua famiglia, quello che meglio dei fratelli ha saputo agguantare la modernità. Come accade nel Concerto per violoncello, il la maggiore Wq 172. Estri, stravaganze, sollecitazioni della nuova sensibilità del Giovane Werther che ormai tutti leggevano: è una musica di transizione, come ha voluto ricordare Bronzi prima di suonare: si intuisce il mondo Nuovo, ma ci sono ancora le fiaccole e i Lumi della Ragione che regolano e moderano la corsa in avanti. Forse è per questo che il solista parmense ha saputo    adottare una filologia molto razionale, dove la percussività sulle corde e la leggerezza dell’arco sembravano ricordare quelle sensazioni impalpabili che Carl Phbilipp sapeva trarre dal suo oggetto sonoro di elezione, il clavicordo. Per Bronzi si è trattato di spremere dal suo Panormo del 1775 aromi di ancia di clarinetto e un sottile brivido da tromba marina, per diffondere una cantabilità dove i suoni ricevevano ognuno un trattamento particolare, si trattasse di tonica o di dominante. Tutto trasmesso a una compagine orchestra che non aspettava altro per orientarsi su questa prassi esecutiva animata da una filologia viva ed attuale.

La solenne leggerezza di questo procedimento si è rinnovata nella stesura della Sinfonia WQ 183/4 dello stesso Bach, affrontata da Bronzi come direttore. Non avrà tecnica, ma sa farsi capire e soprattutto trasmette  ai giovani collaboratori la sapienza del suo arco: suoni leggeri, impasti armoniosi e una  acustica sorridente che si diffonde dai leggii, come si suonasse una partitura di un fratello maggiore di Mozart.

La compilazione di un brillante percorso solistico con cui Bronzi ha  restituito al Concerto in re di Boccherini la dignità che merita, ma ecco poi, in chiusura la straordinaria partitura delle tragedie lyrique “Les Boreades” di Rameau. E’ musica con cui un compositore ormai ottantenne compiace il suo re, facendo a gomitate con gli Enciclopedisti, Grimm, Rousseau, D’Alembert e serve soprattutto a divertire. Bronzi e compagnia hanno trattato le danze e i balletti con la sottile eleganza che si meritavano. Soprattutto in quanto si trattava di sottrarre la principessa Alphise alle furie del vento del nord, il perfido Borea. Il suo soffio lo ritroveremo nel chiostro all’uscita dalla basilica. Ma prima ci siano goduti la visione di Leonardo Ramadori che impugnava mazza e cappello cinese con la dignità di un maresciallo dei Giannizzeri.
     Stefano Ragni