“Made in Italy”, al cinema una vita da mediano

Visto per voi il film scritto e diretto da Luciano Ligabue
Perugia

di Cristiana Dominici - Per assaporare il nuovo film “Made in Italy”, del rocker di Correggio, Liga per i fans, è necessario ricordare che sono passati vent’anni dallo strepitoso esordio di Ligabue alla regia di “Radiofreccia” e sedici dal suo secondo film “Da zero a dieci”. E’ finito il tempo delle radio libere da rievocare, il sogno infranto del deejay “Freccia”, alla vigilia della chiusura di radio Raptus. E non c’è neanche più tempo per inventare un week end a Rimini vent’anni dopo l’attentato alla stazione di Bologna, in memoria dell’amico sedicenne che perse la vita il 2 agosto 1980, vittima della strage.

Il film, uscito il 25 gennaio 2018, scritto e diretto da Luciano Ligabue, è al primo posto nel box office italiano, ed è interpretato da Stefano Accorsi, nel ruolo di Riko, da Kasia Smutniak, sua moglie Sara, e uno straordinario Fausto Maria Sciarappa, che interpreta l’amico Carnevale. Produttore unico per tutti e tre i film, Domenico Procacci.

Ligabue ci racconta la storia di Riko, alter ego del regista, come dirà in un'intervista, un operaio cinquantenne che insacca mortadelle in un salumificio da trent’anni e per 1.200 euro al mese. Sposato da sempre con Sara, “da troppo tempo, forse”, proprietaria di un saloon di parrucchieria e padre di Pietro, l’unico a studiare in famiglia e che “tra poco andrà al Dams”.
Film “mediano” dove il regista è alla ricerca di un equilibrio tra il genere sentimentale tanto amato dagli italiani, il dramma di un uomo impotente ma non rassegnato in un Paese in cui la bellezza è in putrefazione, e la scelta di rendere “Made in Italy” spot pubblicitario del concept album omonimo, colonna sonora per quasi tutta la durata della proiezioni, eccetto qualche pezzo degli anni Ottanta. “Una vita da mediano”, appunto è il brano che rappresenta con una metafora calcistica la ricerca di un compromesso esistenziale ponderato e che è stato sempre scelto dal rocker.

Vincente la scelta di Stefano Accorsi nel ruolo del protagonista assoluto Riko, come lo fu nel cast di radiofreccia, questa volta i monologhi sono manifestazioni della rabbia di lavorare “con un preservativo in testa” perché “uno prende il lavoro che può” e nonostante ciò vive la precarietà esistenziale di chi non ha ancora fatto in tempo ad avere un futuro, e neanche a mantenere la casa ereditata dalla famiglia. Rabbia che si manifesta nel tentativo di cambiare le cose partecipando ad una manifestazione a Roma in difesa dell’articolo 18, insieme all’amico di sempre Carnevale, artista benestante che resta insofferente ed incapace di adeguarsi al sistema, che prima o poi lo distrugge. Ma è chiaro che il futuro non si compra ne menando (“dai mena” è l’impulso insopprimibile di Riko), ne prendendo manganellate dalle forze dell’ordine, vittime anch’esse di un sistema dove per sopravvivere devi obbedire, ed usare il manganello, se l’ordine è stato quello.

Il futuro sembra possibile solo altrove, e la putrefazione dell’Italia è tutta qui. Si può perdere il lavoro se la rabbia prende il sopravvento all’autocontrollo, seppur fu Repubblica fondata sul lavoro. E qui tutti i lavoratori sono perdenti, dagli operai alle forze dell’ordine, comprese parrucchiere ed imprenditori.
Il suo titolare, che ora conosce appena, anche se l’azienda prima aveva un responsabile con nome e cognome, Arnaldo Veroni, costretto suo malgrado a licenziarlo, lo esprime: “Mi tengo il tuo vaffanculo e buona fortuna”. Tutti vittime di una precarietà esistenziale dove la colpa è di un sistema che resta invisibile.

Poco credibile il fotoromanzo sentimentale tra Riko e Sara, una Kasia Smutniak, compagna del produttore Procacci, niente affatto convincente nel ruolo di moglie con l’unico obiettivo di salvare un matrimonio tutto Italiano, che sopravvive tra alti e bassi, tradimenti e promesse disattese e recuperate in una luna di miele al doppio sapore di pop corn, del maxischermo e della multisala, e il desiderio, prima disatteso e poi atteso, di aumentare la famiglia.

Nonostante la crisi Riko supera il silenzio e la depressione successiva al licenziamento e trova una soluzione, temporanea, in attesa di un cambiamento possibile. “Sei diventato radioattivo come Jeeg Robot?”, gli chiederà un suo collega. Come l’eroe di Gabriele Mainetti riemerge dal fiume, il Po, poiché siamo in Romagna, e assapora la nostalgia dell’emigrato, guardando l’Italia da lontano poiché la bellezza del paesaggio sta diventando, purtroppo, radioattiva.