E’ ora di realizzare il Riformismo della concretezza

La pratica del confronto, la “produttività” dell’azione, la nobiltà della politica
Italia

Di Adriano Marinensi - Siamo ormai avviati verso le elezioni politiche (a Terni, c’è odore di amministrative). Una forte e autorevole chiamata alle urne dovrà essere rivolta, ai giovani che votano per la prima volta e ai tanti che dalle urne si sono allontanati, per protesta, per delusione, per disaffezione. Una calamità per la democrazia che perde uno dei suoi connotati fondamentali: l’essere governo del popolo, di tutto il popolo e non di una percentuale, a volte addirittura minoritaria. Perdono prestigio e credibilità i rappresentanti eletti; perdono il loro ruolo i partiti e le Istituzioni.

Occorre riscoprire, almeno nella sua ispirazione, la passione che animò gli italiani nel primo dopoguerra, quando la ritrovata libertà e la responsabilità della ricostruzione divennero sentimenti comuni, con uno slancio ideale, pur dentro il meccanismo di una lotta politica serrata. Poi, dopo lo scontro, arrivarono gli anni del confronto, del coinvolgimento popolare come metodo, della programmazione partecipata e del regionalismo autentico, rinnovatore, vicino alla gente. Quella strada è smarrita. E gli effetti negativi si ritrovano oggi nel disimpegno, nel pessimismo, nella negatività della sfiducia. Secondo Machiavelli, “quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, si viene alla rovina di necessità”. Invece – aggiunge - il fine dev’essere “il progresso di tutti, per opera di tutti, sotto la guida dei migliori, dei più saggi”.

Il Partito Democratico, alla sua nascita, s’era posto un obiettivo prioritario: riformare lo Stato, la società civile, con la conferma dei diritti e l’assunzione dei doveri da parte dei cittadini, l’attuazione dei fondamentali principi contenuti nella Costituzione, la giustizia sociale, la ridistribuzione della ricchezza, l’eliminazione delle sacche di povertà. L’istituto della Regione avrebbe dovuto favorire il decentramento dei poteri e smantellare i presidi burocratici ostativi del progresso. Questo progetto, che aveva i caratteri della modernità, si è scolorito.

Ha preso piede il qualunquismo di certe aggregazioni senza ideali, senza storia, senza capacità di governo. Il “pluralismo delle posizioni” è diventato rissa continua, per alcuni (pseudo) leader, prestati dal teatro alla politica, il metodo ha tratto forza dall’invettiva. Demagogia e populismo. Va aggiunto che il principale mezzo di informazione di massa, la televisione, sia pubblica, sia privata, è scaduto qualitativamente al livello dei suoi “Grande fratello” oppure “La prova del cuoco” o altre miserie del genere.

Non mi piacciono i partiti e neanche i “movimenti” (capito quali?) con un uomo solo e sempre al comando. Movimenti che riecheggiano (alla lontana, s’intende) l’opinione del compagno Lenin, il quale sosteneva: “Il partito è lo strumento della dittatura del proletariato”. Poi, dopo di lui, divenne lo strumento del despota, che pretese una disciplina di tipo militare. Non mi piacciono i disfattismi a prescindere, l’arroganza dei dissacratori, gli istrioni da palcoscenico che deformano l’immagine altrui, per bassi fini elettorali, aborro la ciarlataneria. Preferisco il dialogo autorevole che costruisce, il consenso popolare espresso sulla base dei risultati, dei meriti, delle capacità dimostrate a livello nazionale e locale; mi piace la politica che opera utilmente e risolve i problemi. Credo nella profondità ideale della democrazia ed nella “produttività” dell’agire, ho fiducia nelle forze giovanili che lavorano nell’“officina dei valori”.

Arginare la deriva in atto era compito prioritario del PD. Invece ha finito per smarrire la sua specificità di forza rinnovatrice che gli veniva dal radicamento civile, dalla connotazione popolare, dal senso della solidarietà e dalla cultura libertaria. Occorre riprendere quel percorso virtuoso se si vuole evitare al Paese una rischiosa avventura di involuzione, destabilizzante all’interno, dequalificante all’estero. Dobbiamo evitare siffatta dannosa prospettiva, ridando nobiltà alla politica, quella che sa aggregare, mediare, rispettare le idee, che riesce a stimolare l’impegno, il protagonismo positivo, lo spirito di servizio nell’interesse della collettività.

La crisi ha accentuato le condizioni di disagio nelle quali versano oggi ampi strati della società che si sono allontanati dalla soglia del “minimo sostentamento”. In una intervista del giugno scorso, Walter Veltroni ha detto: “Da anni, la sinistra ha perso la capacità di condividere il disagio degli strati più deboli della società”. E sugli strati più deboli grava oggi la disoccupazione; la Repubblica democratica fondata sul lavoro e sancita nella Carta costituzionale, è diventata una semplice enunciazione. Il popolo, come cardine strategico dell’assetto politico, si è disperso e, di contro, abbiamo assistito al consolidarsi di oligarchie economiche e finanziarie, votate al profitto.

Quando in Italia la Democrazia si chiamava anche Cristiana, un riferimento essenziale era la Dottrina sociale della Chiesa. Che indirizzava l’attenzione verso le condizioni di bisogno, verso gli stati di indigenza. Su questo punto vorrei chiudere la presente inadeguata riflessione. Mi sia consentito di orientare lo sguardo verso un problema che riguarda Terni e la sensibilità dell’accoglienza. Il riferimento è proprio ai diseredati, a coloro che hanno fatto del mondo anonimo il viver quotidiano, dormono sotto i ponti e alla stazione. Ne ho scritto altra volta.

Il 12 novembre 2012, il Consiglio comunale ha votato una Deliberazione avente per oggetto: “Atto di indirizzo sulla ipotesi di realizzazione di un dormitorio in Via Vollusiano”. Poiché, in quella strada s’era dimostrato impossibile mettere in funzione il servizio, il principale Organo democratico cittadino ha sancito ufficialmente nella delibera: “si chiede al Sindaco ed alla Giunta di mettere in campo ogni azione volta ad individuare un’altra ubicazione per realizzare il dormitorio” (forse meglio sarebbe stato chiamarlo Centro notturno di accoglienza, almeno negli atti amministrativi). Essendo trascorsi cinque anni e stando per iniziare il sesto inverno, mi permetto, da ultimo cittadino, di “interrogare” il Primo cittadino, perché l’opinione pubblica sia informata su quali azioni sono state messe in campo e quale altra ubicazione è stata trovata per offrire un tetto, almeno di notte, a chi non ce l’ha.